La bellezza femminile nella cultura romana

Lucia Beltrami

Abstract


Per questo tema vorrei proporre una chiave di lettura che nasce dalla nozione, peculiare della cultura romana, di forma uxoria, ‘aspetto/bellezza adatta a una moglie’ (da leggersi in modo contrastivo rispetto alla nozione di ‘venustas’). Questa espressione ci conduce direttamente al cuore del problema: e cioè al fatto che, nella cultura romana, il matrimonio non era una condizione che nasceva da un rapporto di natura specificamente affettiva ed erotica (come appare del resto indirettamente confermato anche da un famoso passo del IV libro del De rerum natura di Lucrezio), ma era finalizzato –si parla naturalmente delle fasce più alte della società, quelle che erano costituite da stirpi nel senso vero e proprio della parola- alla propagazione dei gruppi agnatizi, attraverso la nascita di figli all’interno di un regolare matrimonio. E, come avviene in tutte le società fortemente agnatizie, è di primaria importanza che sia garantita l’autenticità dei figli, che può essere assicurata soltanto da un comportamento sessuale assolutamente corretto da parte delle spose. Come risulterà evidente, in questa prospettiva non sono pertinenti le attrattive di una moglie: non è con tale figura che l’uomo romano deve realizzare i propri desideri di natura erotica. Anzi, l’uomo romano d’alto rango non doveva avere con la moglie un rapporto intenso, passionale: ciò avrebbe rappresentato una minaccia per una vita coniugale che corresse nei binari imposti dalla cultura romana: non si doveva correre il rischio di perdere il controllo di sé, di privilegiare la passione per la sposa rispetto ai doveri nei confronti della propria lignée e della propria città (e ciò è efficacemente sintetizzato dal famoso aneddoto del senatore espulso dal senato per aver baciato in pubblico la moglie). Dunque, era opportuno che una moglie non fosse troppo bella: per quanto si è appena detto, quanto per il fatto che ciò rappresentava un pericolo anche in relazione al mondo esterno al più ristretto nucleo familiare. Ciò è confermato da miti ‘cardine’ della cultura romana come quello di Lucrezia e quello di Virginia, nei quali la causa scatenante dell’improprio desiderio è appunto la bellezza delle donne in questione: in questi casi è la bellezza ‘eccessiva’ che fa nascere nel potente di turno il desiderio dello stupro, del possesso irregolare di una donna per bene, non certo finalizzato alla riproduzione (cfr. il discorso di Icilio –fidanzato di Virginia- in Livio). Tutto ciò sembra chiaramente implicare l’idea di una inconciliabilità di fondo tra vita matronale e bellezza. Certo comunque essa sembra essere considerata –anche al di là delle intenzioni femminili- se non proprio un impedimento almeno un ostacolo per una corretta vita matronale, e in definitiva una disgrazia per una donna per bene. Del resto, come la bellezza, anche il trucco è ‘da meretrici’, o comunque non da matrone. E’ infatti condannato l’alterare il proprio aspetto per essere più attraenti, più seduttive: e questo è facilmente comprensibile nella logica che abbiamo visto, perché nei confronti del marito ciò era considerato non tanto inutile quanto improprio, data la configurazione del matrimonio romano. E, in questa situazione, voler apparire belle, o più belle e seducenti, sarebbe stata una chiara manifestazione di aver interesse nei confronti degli altri uomini e quindi, sostanzialmente, di essere disponibili all’adulterio.


Keywords


cultura romana; bellezza femminile; vita matronale; matrimonio; Lucrezia

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DOI: http://dx.doi.org/10.13128/SDD-20990



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