Cromohs 1996 - Cassina - Appunti intorno alle origini di una parola, individualismo

Appunti intorno alle origini di una parola, individualismo

Cristina Cassina[*]
Cristina Cassina, «Appunti intorno alle origini di una parola, individualismo», Cromohs, 1 (1996): 1-21,
<URL: http://www.unifi.it/riviste/cromohs/1_96/cassina.html>.

1. L'ipotesi secondo cui la parola individualismo [1]ha avuto origine nei circuiti controrivoluzionari nella prima metà dell'Ottocento gode oggi di un largo credito nella comunità scientifica. Come è noto, questa ipotesi fu sostenuta per la prima volta, più di trent'anni fa, da Koenraad W. Swart in un articolo pubblicato nel «Journal of History of Ideas». Precedentemente, e per lungo tempo, si era creduto che la parola fosse stata inventata da Honoré de Balzac negli anni trenta dell'Ottocento e che la traduzione de De la Démocratie en Amérique di Alexis de Tocqueville fosse stata l'occasione per la sua introduzione in Gran Bretagna. Poi, il ritrovamento del termine in un articolo pubblicato ne «Le Producteur», l'organo dei saint-simoniani, del 1826, aveva indotto a formulare un primo ripensamento sulla questione. Ma il passo davvero importante fu compiuto nel 1962.

2. L'intervento di Koenraad W. Swart era volto, in primo luogo, a chiarire i diversi significati che via via erano stati attribuiti al termine. Nell'intento di mettere ordine in un campo di indagine ancora abbastanza nebuloso, Swart esordiva asserendo che fin dal principio il termine individualismo aveva simboleggiato tre diverse idee: il liberalismo politico, il liberalismo economico, l'individualismo romantico. Ebbene, in quell'occasione, Swart precisò pure che la genesi della parola avrebbe potuto essere anticipata al 1820, anno in cui, secondo la testimonianza del cavaliere de Lavau, il conte Joseph de Maistre ne avrebbe fatto uso durante una serata in casa del marchese de Barol [2]. Al lavoro di Swart faceva eco, undici anni più tardi, la voce «Individualism, types of» redatta da Steven Lukes per il Dictionnary of the History of Ideas. Rielaborando alcuni dei suoi contributi alla definizione della questione, lo studioso inglese giungeva a confermare, da un lato, la nascita della parola nel contesto controrivoluzionario, facendo propria la notizia relativa a Joseph de Maistre, e, dall'altro, a presentare una rassegna sui significati del termine, rendendo conto di ben dieci diverse accezioni.

3. In realtà, l'ipotesi formulata da Koenraad W. Swart non ha superato in modo del tutto indenne il passare degli anni. Gregory Claeys, ad esempio, ha recentemente sollevato un dubbio circa il luogo d'origine della parola. In effetti, prendendo l'avvio dal ritrovamento di espressioni riconducibili alla stessa radice nella letteratura di Robert Owen e di suoi collaboratori - come individualizing (1817) o individual system (1820) - Claeys ha notato che in esse non vi era traccia alcuna di quell'accezione peggiorativa la quale, a dire di Swart e di altri, ne avrebbe caratterizzato l'ingresso nei territori d'oltremanica. Pertanto egli ha posto un serio interrogativo sull'origine francofona del termine e, più in generale, ha riaperto l'orizzonte della ricerca [3].

4. Se questo è grosso modo lo stato della questione, così come testimoniano anche alcuni studi di pubblicazione ben più recente [4], ad esso può essere aggiunto un nuovo elemento. Nel corso di una ricerca dedicata alla cultura politica ultrarealista, ho infatti notato che la parola era già stata usata, con lievi variazioni [5], alcuni anni prima del 1820: essa appare nelle Considérations sur une année de l'histoire de France dell'ultrarealista barone de Frénilly, stampate nel 1815 ma redatte, secondo quanto dice l'autore nel capitoletto introduttivo, l'anno prima. Nello spostare le origini del termine nei circuiti ultrarealisti, vale a dire nel ramo francese del pensiero controrivoluzionario, questa notizia pone una serie di problemi che vorrei affrontare nel presente lavoro.Tuttavia, prima ancora di proporre i risultati della mia riflessione, credo sia utile fare conoscenza con l'autore delle Considérations sur une année de l'histoire de France.

5. Auguste-François-Fauveau, barone de Frénilly, era nato a Parigi il 14 novembre 1768 da una nobile e facoltosa famiglia legata al mondo parlamentare. Un particolare della sua fanciullezza merita di essere ricordato; la madre ne organizzò personalmente la presentazione a Voltaire, ormai vecchissimo, confacendosi a un vezzo allora assai ben visto nei circoli vicini ai philosophes. L'esistenza del barone de Frénilly, come quella di molti altri nobili, venne letteralmente travolta dallo scoppio della Rivoluzione. Ma non per questo egli pensò mai di emigrare. Scelse, al contrario, di rimanere in Francia e di difendere le Tuileriers, il 10 agosto 1792, combattendo nel battaglione monarchico. Dopo questa prova di devozione alla corona, dovette però nascondersi per qualche tempo in provincia, aspettando fiducioso la fine del Terrore. Tornò a Parigi soltanto quando il regime termidoriano sembrò essersi consolidato e il suo primo pensiero, allora, fu quello di rimettere in sesto la propria fortuna e di riallacciare le relazioni sociali. Legato a madame Houdedot, una delle muse ispiratrici di Rousseau, cominciò a frequentare con lei i salotti letterari che riaprivano, via via, dopo la caduta di Robespierre; nel frattempo si applicò con passione alla composizione dei suoi primi versi.

6. Negli anni dell'Impero si tenne lontano dalla politica attiva e si dedicò con profitto alla cura delle sue tenute, peraltro notevolmente accresciute grazie a un matrimonio assai vantaggioso. Salutò con particolare entusiasmo la Restaurazione borbonica e proprio per questo, durante i Cento Giorni, si rifugiò a Londra. Là frequentò l'ambiente del giornalismo e pubblicò le Considérations sur une année de l'histoire de France, l'opera che gli avrebbe aperto la strada del successo. Rientrato in Francia, volle impegnarsi in prima persona per la difesa dei buoni princìpi e a tale scopo fondò, insieme al direttore del «Times» di Londra, «le Correspondant». Questa rivista biligue fu allora concepita come un baluardo per la causa ultrarealista, ma si trattò di un esperimento di breve durata. Nell'ottobre del 1818, infatti, «le Correspondant» cedette il passo a «le Conservateur», la prestigiosa rivista diretta da Chateaubriand alla cui riuscita, peraltro, Frénilly avrebbe contribuito in maniera fondamentale. Il favore di cui godeva presso il conte d'Artois, fratello di Luigi XVIII e erede al trono, non fu estraneo prima alla sua elezione a deputato, poi alla sua nomina alla Camera dei pari. Dopo il 1830, col crollo della Restaurazione e il cambio dinastico, Frénilly decise di lasciare la Francia al seguito di Carlo X. Da allora avrebbe dedicato tutto se stesso agli studi storici e letterari, ai viaggi, alla stesura delle sue piccanti memorie.

7. La vicenda del barone de Frénilly, insomma, non è priva di elementi interessanti i quali, in una certa misura, possono gettare luce sul rapporto tra le Considérations sur une année de l'histoire de France e le origini del termine individualismo. Ora, in prima battuta, quella che vorrei proporre è un'osservazione che, indirettamente, potrebbe suffragare il dubbio formulato da Gregory Claeys. Non posso non notare, infatti, che la parola individualismo venne usata da un autore che aveva di recente frequentato a Londra l'ambiente del giornalismo e che, per di più, aveva stretto una duratura amicizia col direttore di una fra le più autorevoli testate inglesi. Questo fatto, evidentemente, induce a pensare alla possibilità di una traduzione, anziché della creazioneex professo, del neologismo. Purtroppo a sostegno di questa ipotesi, che metterebbe in dubbio il luogo d'origine del termine, non possiedo altri elementi che consentano di oltrepassare la soglia della supposizione; meglio, dunque, lasciare la questione in sospeso.

8. Molte più cose, invece, ci sono da dire intorno alla persona del supposto inventore e al momento della comparsa del termine. Per quanto attiene al personaggio, ricorderò che Frénilly si era formato nei migliori salotti del tempo, avendo respirato fin dalla nascita le beau esprit di fine Settecento, e che le qualità intellettuali, a giudicare dalle opere che ci ha lasciate [6], non gli facevano certo difetto. Egli, dunque, era un letterato raffinato, certamente capace di tradurre in una sola parola i connotati propri del clima sociale e politico del suo tempo. A questo primo elemento bisogna aggiungere che le Considérations sur une année de l'histoire de France riscossero un certo successo, beneficiando di positive recensioni sulla stampa. Infine, se anche vi fosse stata, non è rimasta traccia di un'eventuale corrispondenza tra il barone de Frénilly e il conte de Maistre. Che cosa è lecito concludere dall'intreccio degli elementi ora ricordati? Lasciando pure aperta la possibilità di un traghettamento del vocabolo dalla Gran Bretagna alla Francia, ciò che posso affermare con certezza, in attesa di altre notizie ma confortata da un testo preciso e datato, è che la prima utilizzazione [7] della parola, e probabilmente la sua creazione, debba essere attribuita al barone ultra Auguste-François-Faveau de Frénilly.

9. In realtà tutto ciò non contraddice, o almeno non completamente, quanto fu sostenuto trent'anni anni or sono da Koenraad W. Swart, ma lo viene, in un certo senso, a completare. Innanzitutto sul problema della datazione del termine giacché ne conferma la comparsa dopo il periodo rivoluzionario; quando cioè la tabula rasa degli antichi istituti politici e sociali aveva scosso in profondità la sensibilità dei contemporanei, tanto da favorire la repentina condanna del principio individualista. Il ritrovamento del termine individualismo nell'opera dell'ultrarealista Frénilly convalida tuttavia anche altri aspetti della questione. Innanzi tutto, esso non può che rafforzare l'idea, peraltro largamente diffusa, secondo la quale il termine fu tenuto a battesimo dai suoi acerrimi nemici. Ma, ancora, può testimoniare dell'accezione primigenia del termine stesso giacché, per restare nell'ambito controrivoluzionario, non è difficile constatare come l'individualismo del barone de Frénilly - l'egoismo universale - non coincida esattamente con l'individualismo del conte de Maistre - ciò che avrebbe condotto alla polverizzazione di tutte le dottrine [8]. Del resto, è questa una differenza feconda, che aiuta a capire la mutevolezza dei significati che sono stati via via attribuiti al termine e la confusione che ne ha caratterizzato per lungo tempo l'uso.

10. Per meglio chiarire quest'ultimo aspetto, pare ora opportuno fare riferimento all'intervento di Elie Halévy, uno dei padri fondatori della «Revue de Métaphysique et de Moral». Sebbene di gran lunga anteriore rispetto agli altri fin qui ricordati, il suo contributo alla questione è utile per giungere ad una comprensione del termine il più possibile vicina a quella che di esso ebbe, presumibilmente, il supposto inventore. Il passo su cui vorrei richiamare l'attenzione è il resoconto, redatto dallo stesso Halévy, dei lavori della 4a sessione del Congresso di Filosofia del 1904. In realtà, in quelle pagine, Halévy abbandonava la veste di segretario per entrare nel merito della discussione e per criticare, in particolare, la relazione di Vilfredo Pareto. Al segretario-filosofo pareva più importante, dato il carattere proteiforme del termine, fissarne preventivamente il significato, ragion per cui suggeriva di considerare l'individualismo come una sorta di etichetta che poteva evocare quando una metodologia delle scienze sociali, quando una branca della scienza morale, quando una particolare posizione politica.

11. Non starò ora a ricordare da quali premesse partiva e a quali risultati giungeva il suo ragionamento; mi limiterò a osservare che la sua insistenza sugli ultimi due aspetti è rivelatrice del particolare contesto in cui il termine sembra aver avuto origine dato che, in verità, sia la metodologia delle scienze sociali (su cui insisteva Pareto) sia il fondo dottrinario delle discipline economiche (ben presenti all'attenzione di Swart) erano questioni ancora molto lontane dalla sensibilità ultrarealista. Più vicina alla cultura politica controrivoluzionaria dei primi anni della Restaurazione appare, insomma, la lettura di Elie Halévy[9] , attenta come era a definire il problema dei fini - l'individuo è un fine in sé o è la società il solo mezzo attraverso il quale l'individuo può realizzarsi? - ma anche a problematizzare l'aspetto politico, troppo frettolosamente ridotto alla forza soverchiante dello Stato sull'individuo.

12. Prendendo spunto dall'intervento di Elie Halévy, si può dunque affermare che preoccupazioni simili si trovavano, un secolo prima, al centro dell'attenzione degli autori controrivoluzionari. I quali, essendo stati testimoni della liquidazione dell'antico regime e dell'avvento della moderna cultura democratica attraverso il processo della Rivoluzione francese, si erano trovati a fronteggiare una visione della società completamente diversa, contraddistinta da concezioni radicalmente innovative in ordine ai fini della morale e al contenuto della politica. Non può destare meraviglia, pertanto, che proprio nella loro prosa il termine individualismo abbia fatto la prima comparsa. Formulazione più incisiva rispetto a quella di «sistema di individualità» di cui ben presto avrebbe preso il posto, nel suo significato originario individualismo stava a indicare il pericolo che minacciava la sopravvivenza della società. Le Considérations sur une année de l'histoire de France testimoniano ampiamente di questa preoccupazione. Con un affresco di chiaro contenuto politico, in cui non erano risparmiate parole dure sulla scelta di eliminare i corpi intermedi dalla società, Frénilly si soffermava a analizzare lo stato in cui versava il paese all'inizio della Restaurazione.

    Un seul principe existait en France, l'individuelisme, l'universel égoisme, fruit naturel d'un tems qui avait brisé tous les liens. Plus d'amour du prochain là où il n'y avait plus de religion pour en faire un précepte. Plus d'esprit de famille là où la famille se composait à peine du père et des enfans. Plus d'esprit de corps là où tout corps avait cessé d'exister [10].

13. Il principio de l'individuelisme, tuttavia, esprimeva molto di più che le personali paure del barone de Frénilly. Ed è questo il punto che, con forza, vorrei sottolineare. Nel principio dell'individualismo, più in generale, trovavano espressione i timori e le perplessità di molti autori ultrarealisti, vale a dire degli eredi e dei continuatori del pensiero controrivoluzionario. Un punto davvero capitale di questo pensiero, come è noto, era stato quello di riproporre una concezione organicistica della società. Ora, in un importante saggio di recente pubblicazione, Michele Battini ha mostrato lucidamente come in quegli anni la ricerca di modelli corporativi da parte di differenti attori politici nascondesse, in realtà, sempre la stessa preoccupazione: quella di ricostruire i legami sociali; giacché per quegli uomini «(l)a concezione della rappresentanza non poteva che essere una concezione sociale e antipolitica: cioè una concezione che voleva rappresentati non gli individui ma le professioni, le funzioni e le proprietà, instituzioni a garanzia di una piena autonomia e indipendenza degli uomini e consolidate dalla tradizione» [11]. La ricerca di Battini, insomma, conferma non solo che la tensione fra olismo e individualismo era già presente al principio dell'Ottocento in Francia, ma che nel travaglio intellettuale che quella stessa tensione avrebbe scatenato, gli autori ultrarealisti non sarebbero rimasti a lungo in ombra.

14. Non stupirà, dopo quanto si è detto, che l'attacco al sistema di individualità ricorresse insistentemente nelle pagine ultrarealiste né, d'altronde, che al variare dei contesti e degli approcci il tema di fondo continuasse ad essere sempre lo stesso. Lo stesso valeva per Louis de Bonald mentre, nella Camera dei deputati, criticava la esaminanda legge elettorale sul finire del 1816.

Ceux qui ont fait la loi qui vous est soumise, fidèles à ce systeme d'individualité qui a commancé la Révolution, et dont encore on n'a pu sortir, se sont perdus dans un système idéologique de délegation.[12]

La stessa intuizione, in termini non meno caustici, era presente nella prosa di Joseph Fiévée. L'anno seguente, infatti, Fiévée sarebbe giunto a formulare una considerazione molto semplice: se la monarchia si era basata sul sistema delle famiglie, la Rivoluzione si era retta su quello degli individui. Una differenza sostanziale, quella da lui messa in luce e che grazie alla sua crudezza arrivava dritto alla radice del problema.

15. Ma anche un anonimo collaboratore del più agguerrito giornale ultrarealista, «Le Drapeau Blanc», sarebbe tornato a insistere sullo stesso tema. In un articolo che si intitolava significativamente De l'égoisme politique, la sua raffinata analisi prendeva l'avvio da una affermazione fin troppe volte ripetuta. «Le matérialisme n'enfante que l'égoisme, qui lui même ne produit que la discorde et la mort» [13] . La Rivoluzione, infatti, era là a testimoniare come la libertà assoluta portasse dritto alla dissoluzione sociale giacché, abolito il legame morale, gli uomini non avrebbero tardato a sgozzarsi l'un l'altro e la legge del più forte avrebbe preso il sopravvento; del resto «dans cette état d'individualité absolue» versava ancora la Francia. L'analisi del barone de Frénilly trovava dunque piena conferma nella prosa di molti autori ultrarealisti; ma soprattutto nelle crude affermazioni di quest'ultimo pubblicista il quale, per concludere, metteva in guardia i liberali dal rincorrere ostinatamente «la liberté absolue, c'est-à dire le moi humain divinisé, et l'égoisme politique érigé en principe.»

16. Per un aspetto diverso, ma che si situa nello stesso ambito di problemi, anche Félicité Lamennais pareva turbato da una simile inquietudine. Tuttavia, non l'egoismo politico era al centro dei suoi pensieri, quanto il tentativo della ragione individuale di soppiantare la ragione generale. E' noto che il giovane abate aveva costruito il secondo tomo dell'Essai sur l'indifférence en matière de religion (1820) sull'equivalenza fra autorità e ragione generale. Posto che, dopo la venuta di Cristo, il cristianesimo era divenuto la ragione generale testimoniata dalla Chiesa e che la vera religione era quella poggiante sulla maggiore autorità visibile, Lamennais poteva concludere che il cristianesimo, che era ragione generale, che a sua volta era autorità, fosse senza dubbio alcuno la vera religione. Insomma, anche lui, pur muovendo dalla speculazione teologica, giungeva alle stesse conclusioni dei colleghi ultras.

    Deux doctrines sont en présence dans le monde; l'une tend à unir les hommes, et l'autre à les séparer; l'une conserve les individus en rapportant tout à la société, l'autre détruit la société ramenant tout à l'individu.[14].

17. Gli ultrarealisti non intendevano limitare la propria azione alla conoscenza del pericolo e avrebbero voluto proporre anche tentativi di soluzioni. Tuttavia, mentre la strada dell'analisi era sembrata quasi in discesa, quella dei rimedi non appariva altrettanto agevole. Gli ultras potevano pure inveire contro la Rivoluzione che tutto aveva distrutto e sovvertito, ma i cambiamenti che essa aveva apportati apparivano più saldi che mai e la battaglia che tentarono di combattere contro la mutata mentalità era già in partenza destinata alla sconfitta [15]. Il fatto è che con la Rivoluzione si era affermata l'idea, rivoluzionaria tout court, secondo cui il singolo individuo poteva staccarsi dal controllo societario. L'affermarsi della sua filosofia - l'individualismo - avrebbe avuto una parte di rilievo nell'affermazione di una società sostanzialmente diversa da quella di antico regime. Una prima, importante conseguenza sarebbe stata lo spezzettamento in tante quote-parte di quella felicità che il Settecento aveva indicato obiettivo comune per la società intera, cioè indivisa. E proprio per questa ragione la concezione individualista era da condannare, secondo gli ultras. Perché, alimentando la inclinazione egoistica presente in ogni singolo uomo, essa avrebbe finito per comptomettere le sorti dei più deboli e per mettere a repentaglio le conquiste della caritas cristiana. Sebbene poco ascoltate, queste osservazioni contribuivano a far riflettere sulle nefaste conseguenze della "grande trasformazione", per dirla con Karl Polany, cioè degli effetti della rivoluzione industriale sulle classi sociali più deboli: una trasformazione che in Francia cominciava proprio in quegli anni a mietere le prime vittime.

18. Tuttavia, nonostante cercassero di articolare fra di loro i temi dell'egoismo e dell'individualismo, proiettandoli su uno sfondo politico e sociale, gli autori ultrarealisti non sarebbero usciti dalle secche della critica faziosa. Sarebbero dovuti passare ancora vent'anni prima che Alexis de Tocqueville potesse sciogliere il nodo di quell'intricata matassa. Nel secondo tomo de De la Démocratie in Amérique (1840) egli avrà modo di distinguere, una volta per tutte, l'egoismo dall'individualismo.

    L'égoïsme est un amour passionné et exagéré de soi même, qui porte l'homme à ne rien rapporter qu'à lui seul et à se préférer à tout. L'individualisme est un sentiment réfléchi et paisible qui dispose chacun citoyen à s'isolér de la masse de ces semblables et à se retirer à l'écart avec sa famille et ses amis (...). L'égoïsme est un vice aussi ancien que le monde. Il n'appartient guère plus à une forme de la société qu'à une autre. L'individualisme est d'origine démocratique, et il menace de se développer à mesure que les conditions s'égalisent[16]

Alexis de Tocqueville, rampollo di una prestigiosa famiglia legittimista, non avrebbe tuttavia taciuto i mali che quel moderno sentimento portava con sé; mali fra i quali egli individuava, in particolare, l'indifferenza per la sorte degli altri, la solitudine delle esistenze singolarmente costruite, l'angoscia derivante dalla mutevolezza di posizione nella scala sociale.

19. Non sarebbe stato facile, del resto, immaginare a quali esiti avrebbe portato la sensibilità degli autori controrivoluzionari verso questo genere di problemi. Solo dopo molti decenni, infatti, alcuni studiosi del pensiero sarebbero arrivati a cogliere, come nel caso di Louis de Bonald, un'attenzione alla realtà sociale che, attraverso l'importante mediazione di Auguste Comte, sarebbe apparsa il preludio più autentico alla sociologia [17]. Cioè a quella scienza che, a detta di Louis Dumont, consente di superare il disagio che nella società degli individui nasce dal fatto di sentirsi ciascuno come un'entità isolata. La dimensione sociologica, infatti, permetterebbe di rimediare alla frattura introdotta dalla mentalità individualista quand'essa confonde il reale, ossia la natura sociale dell'uomo, e l'ideale, ossia l'individuo-monade che simboleggia in sé l'essenza dell'umanità.

20. Infine, l'avversione per il principio individualista è anche utile per mettere in luce, in tutta la sua profondità, la frattura tra ultrarealismo e liberalismo. Voler misurare tale frattura tenendo conto delle rispettive posizioni di fronte al problema della Democrazia vorrebbe dire ben poco. Gli ultrarealisti, infatti, ispirandosi alla tradizione classica, non scartarono in termini assoluti la possibilità di un regime misto in cui, accanto alla Monarchia, potessero esprimersi l'Aristocrazia nella Camera dei pari nominata dal sovrano e la Democrazia nella Camera bassa designata con il concorso della proprietà terriera. Tralasciando le ovvie obiezioni che potrebbero essere mosse a questo modo di intendere la Democrazia, resta però il fatto che gli ultrarealisti si opposero non tanto all'idea di Democrazia come forma di governo (sempre che essa trovasse posto nel regime misto), quanto al fatto di voler significare attraverso essa la forma più estrema, più radicale, del sistema di individualità. E, proprio in questo secondo senso, il richiamo all'individualismo riesce ancor oggi a gettare luce sull'abisso che allora si aprì tra i due schieramenti, abisso che divideva gli ultrarealisti, difensori del primato sociale, dai liberal-dottrinari i quali, pieni d'ottimismo, ragionavano su come fondare un governo delle capacità.

21. La comparsa del termine individualismo agli inizi della Restaurazione francese non mi sembra che possa dunque andare disgiunta da una schietta preoccupazione di natura politica. Il processo attraverso cui la nozione di sistema di individualità andò cangiando nell'espressione individualismo, guadagnando tanto in concisione quanto in efficacia, ebbe luogo alle spalle di un trapasso doloroso e dinanzi a un orizzonte sempre più cupo. In tale scenario si trovò a passare l'ultrarealista barone de Frénilly il quale, lucido osservatore di un mondo in rapido cambiamento, seppe tirare le fila di un disagio allora assai diffuso, diventando l'inventore di una parola-chiave per la definizione della nostra società.

[*] Cristina Cassina (1962), dottore di ricerca in Storia della società europea, Università di Pavia, ha curato AA.VV.La storiografia sull'Italia contemporanea (Pisa, 1991). email: cassina@stm.unipi.it[B]

[1] Debbo a una cortese indicazione di Lucien Jaume (CNRS Paris) il fatto di essere venuta a conoscenza del dibattito relativo alle origini della parola. Nell'occasione, lo ringrazio sentitamente.[B]

[2] Koenraad W. Swart, «"Individualism" in the mid-nineteenth century (1826-1860)», Journal of History of Ideas (1962).[B]

[3] Gregory Claeys, «"Individualism," "Socialism," and "Social Science": Further Notes on a Process of Conceptual Formation, 1800-1850», Journal of History of Ideas (1986).[B]

[4] Valga per tutti Alain Laurent, Storia dell'individualismo (Bologna,1994,prima edizione francese 1993). Da notare, poi, che il Trésor de la langue française (Parigi,1983) e il Grand Robert de la langue française (Parigi,1985), non sembrano aver accolto il suggerimento di Swart, visto che continuano a indicare il 1826 quale data accertata per le origini del termine.[B]

[5] Esistono due edizioni delle Considérations sur une année de l'histoire de France secondo il catalogo della Bibliothèque Nationale di Parigi. La prima, quella londinese, fu stampata durante i Cento Giorni mentre l'altra, opera della stamperia parigina C.F. Patris, è del novembre 1815. Nella prima edizione si trova il termine individuelisme, nella seconda individuellisme.[B]

[6] Oltre agli articoli pubblicati ne le Conservateur& e le già citate Considérations sur une année de l'histoire de France (Londra,1815), di Frénilly ho consultato le seguenti opere: Poésies (Parigi,1807); Fin du poème de la Révolution française (Parigi,1814); Lettre à un membre de la Chambre des députés (Parigi,1816); Des Assémblées représentatives, par l'auteur de «Considérations sur une année de l'histoire de France» (Parigi,1816); Mémoires du Baron de Frénilly 1768-1848. Souvenirs d'un ultraroyaliste (Parigi,1987, prima edizione 1908).[B]

[7] Si noti: prime forme in un testo a stampa. Dunque, non già espressioni simili come nell'ipotesi di Gregory Clays, né tanto meno l'uso di una parola riportato da un altro interlocutore come è suggerito dal lavoro di Koenraad W. Swart.[B]

[8] Per Frénilly si veda più avanti. Quanto a Joseph de Maistre, prevedendo la futura cacciata della famiglia Borbone dalla Francia, avrebbe affermato che «effectivement la France marchait à la tête des idées, que malheureusement, quand elle s'égarait, l'Europe la suivait aussi dans ses erreurs, que toutefois la mission providentielle de peuple initiateur était donnée à cette nation pour l'accomplissement des desseins de Dieu sur le monde, et qu'à cause de cela, cette profonde et effrayante division des esprits, ce morcellement jusqu'à l'infini de toutes les doctrines, le protestantisme politique poussé jusqu'à l'individualisme le plus absolu, serait le châtiment de la France et de l'Europe, châtiment précurseur de la miséricorde.». Da «Extrait d'une conversation entre J. de Maistre et M. Ch. de Lavau» in Joseph de Maistre, Oeuvres complètes (Lione,1884-1886) tomo XIV, 285-286.[B]

[9] Si veda Revue de Métaphysique et de Morale (1904:1103-1113).[B]

[10] Considérations sur une année de l'histoire de France (1a edizione) 18-19.[B]

[11] Michele Battini, L'ordine della gerarchia. I contributi reazionari e progressisti alle crisi della democrazia in Francia 1789-1914 (Torino, 1995) 55. La citazione, in realtà, si riferisce a Louis de Bonald.[B]

[12] Discorso del 30 dicembre 1816.[B]

[13] Venerdì 12 novembre 1819.[B]

[14] Da Essai sur l'indifférence en matière de religion (Parigi,1859, prima edizione 1820) tomo secondo, 13.[B]

[15] Gli ultrarealisti ne vinsero una molto importante. Grazie all'impegno personale di Louis de Bonald, essi ottennero l'abolizione del divorzio nel corso della sessione parlamentare del 1815.[B]

[16] Alexis de Tocqueville, De la Démocratie en Amérique. (Parigi,1981, prima edizione 1840) tomo secondo, 125 sgg. Tocqueville, fra l'altro, aveva scritto: «L'individualisme est une expression récente qu'une idée nouvelle a fait naître. Nos pères ne connaissaient que l'égoïsme.» .[B]

[17] Penso a «Louis de Bonald» di Alexandre Koyré, un testo del 1946 che ora si trova in Etudes d'histoire de la pensée philosophique (Parigi,1971, prima edizione 1961) e a Louis Dumont, Homo hierarchicus. Le système des castes et ses implications (Parigi,1967).[B]



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15760



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