Cromohs 2008 - Scroccu - rec. Angelo Ventrone (a cura di), L’ossessione del nemico. Memorie divise nella storia della Repubblica

Angelo Ventrone (a cura di), L’ossessione del nemico.
Memorie divise nella storia della Repubblica
,
Roma, Donzelli, 2006, pp. 206
[€ 24,50 – ISBN 88-6036-093-5]

Gianluca Scroccu
Università di Cagliari
G. Scroccu, "Review of Angelo Ventrone (a cura di), L’ossessione del nemico. Memorie divise nella storia della Repubblica, Roma, Donzelli, 2006,
Cromohs, 13 (2008): 1-12,
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/13_2008/scroccu_ventrone.html>

1. Per quale ragione la storia delle vicende politiche e sociali dell’Italia del Novecento ha sempre visto emergere una contrapposizione fortissima tra gli attori in campo, una contrapposizione totalmente antitetica che si è risolta spesso in una feroce contrapposizione delegittimante? Quanto hanno inciso nello sviluppo delle relazioni pubbliche concetti quali fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo, laici/cattolici? La vita istituzionale e le dinamiche sociali del nostro Paese quanto sono state paralizzate dall’«ossessione del nemico», rendendo assai problematica una corretta e normale alternanza tra forze politiche tale che l’avversario non sia più considerato un pericolo da scongiurare o, peggio, da distruggere?

A confrontarsi su queste domande sono stati chiamati alcuni dei più importanti storici contemporaneisti italiani durante il convegno «Nemico addio? Le memorie divise nella storia della Repubblica», tenutosi a Macerata tra il 18 e il 20 maggio del 2006, e di cui l’editore Donzelli ha pubblicato i contributi sotto la supervisione di Angelo Ventrone[1] .

La categoria del nemico, in effetti, si presta ad essere utilizzata come una delle chiavi interpretative per comprendere in profondità le motivazioni per le quali, nella storia politica del nostro Paese (alcuni dei saggi non si limitano, non a caso, alla sola storia del periodo repubblicano, ma richiamano opportunamente anche i periodi precedenti, a partire dal 1861), emerga periodicamente un elemento di divisione e di barriera che impedisce, di fatto, il dispiegarsi di un confronto sereno, favorendo in questo modo l’emergere di una concezione delegittimante dell’avversario politico che chiude gli spazi del confronto a favore della demonizzazione e della quasi totale ed estrema incompatibilità. Una caratteristica del nostro sistema politico assai pericolosa, quest’ultima, perché, come ricorda proprio Ventrone nella sua introduzione al volume e in maniera più organica nel suo contributo al volume (Il nemico interno e le sue rappresentazioni nell’Italia del Novecento), non ci può essere confronto quando l’avversario è dipinto secondo schemi caricaturali che spesso possono anche arrivare anche ad una vera e propria denigrazione fisica (si pensi soltanto a certi manifesti presenti nelle varie campagne elettorali della storia dell’Italia Repubblicana, da quelle più lontane delle elezioni politiche del 18 aprile 1948 sino a quelle più recenti del 13 maggio 2001).

Naturalmente esistono anche argomentazioni che rendono l’utilizzo del termine nemico assai più calcolato, come la circostanza che esso può diventare un potentissimo fattore aggregante all’interno di un partito o di una coalizione in quanto permette di far passare in secondo piano le divisioni, anche forti, sul terreno programmatico e favorire così il compattamento necessario capace di catalizzare tutte le forze in vista dell’obiettivo principale, vale a dire impedire all’“altro” di insediarsi al governo del paese. Del resto, quello di ottenere il più vasto consenso possibile ricorrendo all’artificio della necessità di respingere il nemico, vero o inventato, è un elemento molto presente nella storia politica e non soltanto italiana, sino ad arrivare ad eventi assai recenti (si pensi soltanto alla definizione di “Paesi dell’Asse del Male” utilizzata dal presidente G. W. Bush in previsione dell’attacco all’Iraq del marzo 2003)[2].

2. Il primo saggio contenuto nel volume è non a caso, visto il tema trattato, quello di Massimo Luigi Salvadori (La dialettica amico-nemico nella storia italiana e in altre storie), all’interno del quale viene analizzata la dialettica nemico-amico cercando di spostare l’attenzione su una riflessione di lungo periodo che riguarda più in generale la storia europea. Lo storico torinese svolge in questo senso una rapida quanto efficace panoramica storica che permette di inserire facilmente il concetto di nemico all’interno delle varie epoche; ad esempio, parlando degli ideali dell’Illuminismo, egli scrive che «essi andarono incontro a uno scacco totale nell’epoca della Rivoluzione Francese, del neocesarismo napoleonico e della Restaurazione degli antichi regimi allorché la dialettica amico-nemico riprese il suo corso in maniera devastante, così da far rivivere in forme nuove il clima delle guerre civili e religiose del Cinque e del Seicento» (pag. 7).

Questa dialettica spaventosa trova l’apice nell’esperienza dei totalitarismi novecenteschi, quando la politica estremizza e si permea di elementi quasi religiosi finalizzati all’edificazione di un mondo e di un uomo totalmente nuovi (derivazione della contrapposizione tra giacobini e controrivoluzionari) e in cui la prospettiva del contenimento dell’avversario diviene inesistente essendo prevalente quello dell’annientamento tramite «la costruzione di un sistema politico fondato sul monopolio politico del partito al potere, la repressione permanente, mediante il terrore, la reclusione, la soppressione politica (nei casi sovietico, tedesco e cinese anche fisica su larga scala) di qualsiasi oppositore, giudicato un alieno, vale a dire parte di un mondo da cancellare, uno straniero in patria strumento di potenze e forze straniere, un essere indegno di ogni diritto» (pag. 9).

Salvadori fa notare, efficacemente, come la storia italiana abbia visto una ininterrotta presenza della dialettica amico-nemico, segnata dal fatto che dall’epoca post-risorgimentale fino al crollo, agli inizi degli anni Novanta del Novecento, del sistema partitico sorto nel 1945, i diversi regimi politici – quello liberal-monarchico, quello fascista e quello democratico-repubblicano – hanno tutti poggiato su una stessa costante, cioè che il potere è rimasto sempre in condizione di monopolio o oligopolio di alcune forze la cui composizione ha «sì subito variazioni, ma sempre e soltanto all’interno della classe politica dirigente allargatasi in taluni momenti a componenti minoritarie già dell’opposizione che sono state gradualmente assimilate; dall’altro le maggiori forze di opposizione si sono presentate esse stesse come nemiche dell’ordine esistente prefiggendosi non già normali alternative di governo bensì alternative di sistema» (pag. 11).

3. Decisamente stimolante è il contributo di Maurizio Ridolfi (La contrapposizione amico/nemico nella celebrazioni delle festività nazionali), incentrato sulla lettura della demonizzazione e delegittimazione politica all’interno dell’universo discorsivo rappresentato dalle feste e dai rituali civili.

Una delegittimazione forte durante la dittatura fascista (quando la totale assenza nei grandi riti del regime di fatto sanciva l’esclusione dalla comunità nazionale degli oppositori del Duce), ma che continuò, seppur declinata in maniera diversa, anche in periodo repubblicano quando «riscritto il calendario delle feste civili e definito il corredo dei simboli della Repubblica, l’uso politico che dei rituali fecero la classe dirigente e i partiti va messo in correlazione con i distinti orientamenti di pedagogia e di retorica nazionale che nel dopoguerra si confrontarono» (pag. 55). Tuttavia, come ricorda Ridolfi, dopo la rimodulazione del calendario delle feste civili nella seconda metà degli anni settanta (che ridussero sostanzialmente il peso e il significato del 2 giugno e del 4 novembre, da ricordare la prima domenica del mese, lasciando di fatto solo al 25 aprile  il valore di festa nazionale), fu con la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi che quelle date riacquistarono la loro valenza di feste civiche nazionali anche se proprio su alcune di queste date il mondo politico tornò a dividersi in maniera decisa (si pensi soltanto a quanto una ricorrenza come quella del 25 aprile sia stata sempre trascurata, durante gli anni del governo di Silvio Berlusconi, che in qualità di Presidente del Consiglio non avrebbe  mai partecipato alle celebrazioni in ricordo della Liberazione e della Resistenza).

4. Sulle varie forme dell’anticomunismo si sofferma invece Pietro Scoppola (Aspetti e momenti dell’anticomunismo). Tema importante, quello esaminato dallo storico cattolico scomparso nel 2007, perché è proprio sul problema della critica al comunismo che il discorso politico italiano si è suddiviso in maniera frontale. E tuttavia, come nota lo studioso cattolico, scomparso nel dicembre 2007, la categoria dell’anticomunismo non può essere applicata in maniera uniforme, perché sono emerse varie modalità di declinarla. Ad esempio quella dell’anticomunismo democratico, utilizzata ampiamente dalla Democrazia Cristiana, ed assai differente, per finalità e caratteristiche, da quella portata avanti nei settori della destra, compresa quella postfascista, e che era legittimata non tanto, sostiene Scoppola, dalla possibilità che nel nostro Paese potesse affermarsi un regime sul modello sovietico, quanto dalla probabilità che un eventuale successo del PCI potesse avviare ad una dolorosa e sanguinosa guerra civile. Anticomunismo democratico che poi sarebbe diventato un elemento strutturale della conservazione del potere, raggiungendo la sua formula più compiuta al tempo del “preambolo” (ovvero la proposta, ispirata da Donat-Cattin, Forlani e Piccoli, che risultò maggioritaria al XIV congresso della DC nel 1980 e che pose fine alla stagione delle alleanze con il PCI), in particolare con l’anticomunismo socialista di Craxi, e, seppur con caratteristiche e finalità assai diverse, al momento dell’ascesa di Silvio Berlusconi.

5. S’incentra invece sul legame ferreo tra violenza della prima guerra mondiale e azione dello squadrismo fascista, visto come momento topico della valorizzazione del rapporto dialettico del binomio amico-nemico, il contributo di Giovanni Gozzini (L’antifascismo e i suoi nemici). Confrontandosi con i contributi di Emilio Gentile sui rapporti tra politica e religione[3], Gozzini ribadisce come l’esperienza della Grande Guerra abbia sacralizzato la politica facendola diventare una nuova religione civile finalizzata alla creazione di un uomo nuovo. Non a caso, proprio nel primo dopoguerra, il Paese subisce un’accelerazione del mutamento del suo profilo politico con la violenza che si trasforma in un elemento fondamentale del tessuto civico, diventando un connotato sostanziale del totalitarismo fascista. A suo avviso, infatti, è il legame nazionalistico con la guerra, nella sua dimensione di massa, che contribuisce a creare una nuova cultura politica e che rende, pertanto, l’esperienza mussoliniana totalmente differente rispetto alla democrazia liberale, a partire da una concezione dell’integrazione delle masse basata sulla coercizione e la negazione del diverso, a differenza del modello liberaldemocratico costruito sulla libera competizione  tra le diverse opzioni politiche all’interno di una cornice di regole condivise e uguali per tutti. In sostanza, secondo Gozzini, proprio sul terreno della violenza politica quale forma di autoaffermazione politica il fascismo non è in debito con nessun altra esperienza totalitaria, come dimostrano anche gli studi comparatistici di studiosi come Franzinelli, che hanno dimostrato come le vittime della violenza fascista nel 1920-1921 siano state superiori di ben quattro volte rispetto alle vittime della violenza nazista nel 1931-32[4]. E riconoscere al fascismo questo primato di sangue significa «mettere in evidenza la radice storica più naturale e spontanea dell’antifascismo come coacervo di culture e pratiche politiche diverse ma accomunate dal rifiuto di quella violenza» (pag. 83).

6. Uno dei luoghi più importanti dove la dialettica amico/nemico sembra manifestarsi in tutta la sua drammaticità è senza dubbio la fabbrica, come emerge dall’incisivo contributo di Andrea Sangiovanni (Il nemico in fabbrica). É proprio nelle aziende che la categoria del «nemico interno», tanto per gli operai che per gli imprenditori, si sposa con quella del «nemico esterno»: si veda la visione dell’operaio condizionato nel suo agire dall’appoggio nefasto del «nemico esterno» rappresentato dal Partito Comunista (Sangiovanni cita opportunamente una emblematica vignetta del “Candido” di Guareschi del 1955), ripresa anche in diversi rapporti delle forze di pubblica sicurezza che vedevano nella figura dell’operaio lo strumento umano utilizzato dai comunisti e dalle forze sindacali in vista del tanto agognato processo rivoluzionario sul modello sovietico.

Nonostante le modificazioni impostesi negli anni del miracolo economico, che mutano in profondità anche il vissuto e la fisionomia della classe operaia italiana, la conflittualità interna alle fabbriche, seppur all’interno di schemi differenti, non scema negli anni successivi, anche quando viene affiancata dalla contestazione giovanile e gli operai si sforzano di portare nella protesta le loro peculiarità cercando di differenziarsi rispetto alle lotte studentesche.

Eppure Sangiovanni sottolinea giustamente come dopo il 1969 e l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori ci sia un cambiamento sostanziale dovuto alla scomparsa della figura dell’operaio “nemico” e alla comparsa di quella dell’operaio “sindacalizzato”, che vedrà un nuovo ed importante riconoscimento istituzionale della figura del lavoratore in fabbrica e del ruolo del sindacato come soggetto totalmente legittimato nella sua interlocuzione con il mondo delle imprese e delle istituzioni.

In questo quadro si deve però ricordare la drammatica stagione del terrorismo rosso, penetrato in profondità in certi ambienti di fabbrica, anche se in una condizione per fortuna minoritaria vista la coraggiosa opera di denuncia e di barriera esercitata da molti operai iscritti ai sindacati che spesso, come nel caso di Guido Rossa, pagarono con la vita questa loro valorosa opposizione.

Senza dimenticare, del resto, come scrive Emanuele Macaluso nella sua sintetica ma densa testimonianza da leggere in parallelo al contributo di Sangiovanni (Il Pci e il suo nemico: il capitalismo), che nella cultura marxista, e del PCI in particolare, aveva avuto sempre cittadinanza una forte carica agonica nei confronti del capitalismo, “il male da estirpare” contro il quale non era possibile scendere a compromessi, pena il cadere nelle “derive socialdemocratiche” che avevano permeato le esperienze dei socialisti europei.

7. Il saggio di Marco Tarchi (Le Destre, l’eredità del fascismo e la demonizzazione) riflette invece sulla relazione tra destra e fascismo e su come l’eredità di questo rapporto abbia di fatto delegittimato e impedito la formazione di una partito della destra italiana, destinata invece, per tutta la durata della “prima Repubblica”, a frammentarsi e disperdersi all’interno di vari raggruppamenti. Del resto, proprio questa presenza di un più o meno consistente elettorato di destra, orfano di un suo diretto rappresentante istituzionale e pertanto portato a votare partiti o correnti di partiti considerati meno lontani dalle proprie posizioni ma assolutamente non identificabili come soggetti di destra, è stata congelata sino alla fine degli anni ottanta, per poi ripresentarsi, finalmente libera, dal 1992 ad oggi (un’argomentazione che aiuta a spiegare, almeno in parte, il voto compatto e sostanzialmente stabile degli ultimi tredici anni a favore dello schieramento di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi). La parola destra sarà quindi rifiutata e respinta dal grande pubblico per molto tempo come una specie di tabù, tanto che sarà soltanto a metà degli anni cinquanta che missini e monarchici inizieranno a richiamarsi formalmente ad essa, con la creazione di un blocco politico che però non vedrà risultati significativi sul piano elettorale almeno sino al 1972.

È vero che negli anni della Guerra Fredda la categoria dell’anticomunismo permetterà ai missini di rivendicare una primogenitura nella loro denuncia del pericolo rosso e tuttavia, come segnala Tarchi, non bisogna dimenticare che insieme al comunismo uno dei nemici principali dei postfascisti era anche l’Occidente in senso lato, ad iniziare dal modello capitalista considerato derivazione dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese (suggestioni che, peraltro, si ritroveranno anche nel terrorismo nero): in questo senso il capitalismo e tutte le conquiste del liberalismo, anche di marca statunitense, saranno respinte dai neofascisti al pari del comunismo.

Se quindi l’eredità del fascismo rappresenta l’elemento principale del processo di esclusione dei missini dall’area di governo, lo spartiacque in questo senso è rappresentato dalla caduta del Muro di Berlino. E, allo stesso tempo, ad avvantaggiare il nuovo corso, è anche il ciclone di Mani Pulite che permette all’ MSI di presentarsi come il partito che non essendo mai stato al governo poteva vantare una fedina immacolata sul tema della corruzione capace di rappresentare una garanzia per quei cittadini stanchi della partitocrazia (e questo sino all’evoluzione in Alleanza Nazionale, che sarà tale da trasformare questo partito, pur all’interno di una coalizione di più destre come la Casa delle Libertà e con le inevitabili differenze, in una destra di tipo nazional-liberale sul modello dell’UMP francese o del PPE spagnolo).

8. Sulla rappresentazione visiva del concetto di nemico si sofferma invece Edoardo Novelli (Nemici interni, reali e virtuali nell’Italia repubblicana), il quale ricorda come la forza comunicativa dell’immagine del nemico interno stia tanto nella sua intrinseca semplicità che nella sua immediatezza. Già nell’immediato secondo dopoguerra fu evidente la facilità con cui era possibile rappresentare con un’immagine caricaturale e deformante l’avversario politico, anche se sarà soltanto dopo il 1948, e in particolare a partire dalla campagna del 1953 contro la “legge truffa”, che la categoria del nemico interno entrerà prepotentemente all’interno delle logiche della comunicazione politica dei partiti italiani, fossero essi al governo o all’opposizione.

Le forme e gli spazi di propaganda della politica italiana erano però destinati ad evolversi in parallelo allo svilupparsi dei nuovi moderni mezzi di comunicazione della società di massa[5], anche se l’avvio della politica in televisione, con la nascita di trasmissioni come “Tribuna politica”, non portò subito la retorica del nemico all’interno dello spazio del dibattito politico televisivo, caratterizzato per lo più dai toni sfumati e non certamente rissosi degli spazi guidati da conduttori quali Jader Jacobelli. La vera mutazione avverrà, secondo Novelli, negli anni ottanta, quando politica e televisione, più che dar voce alla sola dimensione ideologica, troveranno uno spazio che si aprirà rivolgendosi anche verso il privato del politico, facendo scemare la rappresentazione caricaturale dell’avversario a favore di un’attenzione maggiore da dedicare al piano emozionale e seduttivo, tutte caratteristiche che possono garantire efficaci campagne di comunicazione sui media affidate ad esperti di marketing e consulenti di immagine. E sarà con la discesa in campo di Silvio Berlusconi che si assisterà alla decisa ricomparsa, e in maniera prepotente, della categoria del nemico, con un cambiamento radicale anche del mezzo televisivo che cesserà di essere luogo di confronto composto e tranquillo trasformandosi in un’arena se non in una vera e propria “piazza” televisiva. Del resto è ravvisabile in tutto questo anche la graduale evoluzione di partiti che vedono esaurirsi la loro fisionomia di massa a favore di un modello che li porta a trasformarsi sempre più in “venditori di proposte” o di programmi elettorali distribuiti come pacchetti secondo le sollecitazioni, e le seduzioni, imposte dai media e dal messaggio pubblicitario, e questo proprio a partire dall’esigenza della spettacolarizzazione e della semplificazione del messaggio politico[6]. E in questo senso giustamente Novelli scrive che se «nella fase in cui diffusa e concreta era nella società la percezione di un nemico di classe e di un avversario politico, propedeutica all’utilizzo del nemico interno, la televisione non era stata utilizzata da quei partiti che lo evocavano sulle piazze e nella loro propaganda per alimentarlo e ingigantirlo, nel momento in cui il conflitto sociale si attenua e si deideologizza e sembrano venir meno i presupposti e la ragion d’essere del nemico interno, il “nemico” risorge per l’azione congiunta e la volontà della televisione e dei partiti» (pag. 145-146).

9. Nel suo intervento (Metamorfosi del nemico interno. La lotta politica nell’Italia di inizio millennio), Alessandro Campi sottolinea come il nemico politico possa essere combattuto su un piano di legalità o, viceversa, essere considerato un corpo estraneo da combattere con ogni mezzo, sino ad arrivare a negarne l’umanità. L’avversario politico si trasforma così in un vero e proprio “nemico interno” che caratterizza diverse fasi della storia politica italiana contemporanea, anche come emanazione dei cleavages (ossia “le fratture” di carattere sociale all’origine anche della nascita dei partiti politici, termine introdotto in letteratura dal politologo di origine norvegese Stein Rokkan) che hanno contrassegnato il processo di unificazione e di creazione del patrimonio civico nazionale. Riprendendo Ventrone, Campi sottolinea come la figura del nemico vista come “realtà altra” e totalmente estranea rispetto agli interessi nazionali e al tessuto politico si ripresenti molto simile nelle forme e nei contenuti in molti momenti della storia dell’Italia del Novecento, anche se è significativo che in Parlamento, attualmente, non vi sia oggi nessun gruppo che possa essere definito antisistema e considerato nemico (nonostante la contrapposizione non manchi di punte di alta spigolosità, ad esempio in relazione alla figura di Silvio Berlusconi o al giudizio di quest’ultimo nei confronti dei partiti di sinistra).

Restringendo la sua analisi agli ultimi anni della storia politica nazionale, l’autore del saggio contrasta l’idea, sostenuta da alcuni studiosi, che sia stata l’introduzione del bipolarismo ad accentuare lo scontro politico; in realtà, a suo avviso, tutto questo si spiegherebbe con il passaggio traumatico dalla “Repubblica dei partiti” ad un sistema in cui gli attori politici si sono mossi in relazioni prive di un completo profilo identitario e cioè in un contesto assai magmatico anche in relazione al momento di passaggio rappresentato dall’evoluzione degli anni ottanta.

Campi si sofferma poi sul ruolo degli intellettuali quali creatori, attraverso il dibattito sui media, della categoria del nemico; a suo avviso, gli intellettuali hanno la responsabilità di «trasformare l’immagine dell’avversario politico interno in quella del nemico interno, raffigurarlo in una chiave deformata e caricaturale oppure drammatizzante e violenta, presentarlo come un mostro sanguinario al servizio di una potenza straniera (ciò che accadeva in passato) o come un essere immorale che persegue il proprio interesse a danno della comunità (come accade oggi)» (pag. 164).

10. Il contributo di Giovanni Orsina si sofferma invece sul rapporto tra antifascismo e antiberlusconismo (Antifascismo e antiberlusconismo. Percorsi di una tradizione ideologica); partendo dalla relazione tra Mussolini e Berlusconi, propria di alcune interpretazioni storiografiche a suo avviso discutibili[7], Orsina sostiene che questo accostamento permette di comprendere meglio anche il significato dell’utilizzo della nozione di antifascismo nella storia dell’Italia repubblicana, utilizzata, a suo avviso, come un elemento di delegittimazione con una forte valenza carica di implicazioni ideologiche da impiegare contro tutte quelle forze che si trovano a destra dello schieramento politico di centrosinistra (quindi non esclusivamente in riferimento agli eredi del fascismo). Applicando questo metro di giudizio, l’autore distingue tra un antifascismo con la “a minuscola”, inteso nel suo significato di opposizione al fascismo storico, mirante a salvaguardare il sistema politico democratico-liberale contro la concezione totalitaria mussoliniana (per cui solo gli appartenenti al fascismo sarebbero i nemici dell’ordine costituzionale), e antifascismo con la “A maiuscola”, avente un campo semantico ben più vasto rispetto al mero riferimento all’esperienza storica del Ventennio e della Resistenza poiché comprendente un giudizio più complessivo della storia italiana dall’Unificazione in poi. L’antifascismo con la “A maiuscola” sarebbe stato, per Orsina, un canale di autolegittimazione politica per quelle forze che consideravano il fascismo come l’epifenomeno di una crisi di lungo periodo che, per essere risolta in profondità, doveva attendere soltanto un cambiamento di tipo radicale o comunque una svolta politica che vedesse la compartecipazione delle sinistre. Non a caso, Orsina cita la riscoperta e la valorizzazione del termine antifascista durante gli anni di costruzione del primo centrosinistra, sostenendo che il rilancio di tale paradigma legittimava quella formula di governo, che andava da Riccardo Lombardi ad Andreotti, anche come baluardo indispensabile per prevenire una svolta neofascista e autoritaria e salvare così le fondamenta della Repubblica.

A suo avviso, con quella svolta degli anni sessanta, l’antifascismo diventa l’ideologia ufficiale della Repubblica che, di fatto, delimita l’area dell’illegittimità non soltanto al neo-fascismo ma anche al conservatorismo e al moderatismo che come tali hanno dovuto, per restare all’interno dell’area della rappresentanza, edulcorare il loro volto o mascherarlo nonostante la società italiana continuasse ad avere una solida base di posizioni conservatrici.

Ideologia dell’antifascismo che secondo Orsina avrebbe di fatto portato all’assunzione dell’assoluta centralità del sistema dei partiti rendendo impossibile qualsiasi riforma in senso presidenzialista, vista come l’esempio più negativo del cedimento a tentazioni di tipo cesarista e fascista in senso lato; in più, la visione che tendeva a vedere nell’arretramento del Paese cause imputabili esclusivamente al sistema capitalistico non permetteva di cogliere le suggestioni e le intuizioni che vedevano insiti in quei ritardi anche elementi di tipo culturale, come nel caso del famoso studio di Banfield sul familismo amorale.

Riflettendo sugli ultimi anni, Orsina colloca nell’opera di sdoganamento di Fini come candidato sindaco di Roma operata da Silvio Berlusconi nel 1993 l’inizio del rapporto tra antifascismo e antiberlusconismo, relazione che avrebbe poi raggiunto punte di contrasto fortissimo in quanto, a suo avviso, la cultura antifascista non avrebbe perdonato al fondatore di Mediaset di aver dato voce a quella parte moderata «che il mutamento degli anni sessanta aveva lasciato politicamente afasica, e che negli anni settanta e ottanta aveva variamente votato per i partiti di governo, e soprattutto per la DC, senza però ritenersene davvero rappresentata» (pag. 185).

11. L’ultimo saggio del volume è quello di Giovanni Sabbatucci (Le nuove contrapposizioni, ovvero il bipolarismo polarizzato), che analizza in particolare le contrapposizioni di questa ultima stagione di bipolarismo, soffermandosi specificatamente su eventi chiave come i due referendum elettorali del 1991 e del 1993, le elezioni politiche dell’aprile 1992, l’inchiesta di “Mani Pulite” e la delegittimazione del personale politico protagonista della stagione della “prima Repubblica”. Quegli anni, a suo avviso, se non possono essere considerati concretamente rivoluzionari sono però sicuramente assimilabili a qualcosa di simile ad un cambiamento radicale e profondo capace di spazzare quello che, a livello popolare, era oramai visto come un sistema corrotto.

Una trasformazione che pareva dover essere guidata da una nuova coalizione sul modello del CLN, capeggiata dalle forze di sinistra (nonostante quel processo fosse per molti aspetti incompatibile con il loro profilo politico-ideologico), se non fosse stato, però, per l’apparizione sull’agone politico di Silvio Berlusconi. Anche secondo Sabbatucci, l’imprenditore milanese segna una rottura nel momento in cui riesce a far riemergere un’Italia che si credeva senza legittimazione politica: quella degli artigiani, dei piccoli imprenditori, del grande popolo dei consumatori di prodotti e televisione che la sinistra stenta a capire, ovvero «tutta gente che aveva votato fino a poco tempo prima per la Dc, magari detestandone i metodi e lo stile di governo, in quanto partito moderato e principale alternativa alla sinistra a dominante comunista (non certo in quanto partito cattolico o tanto meno cattolico-democratico) e si era trovata improvvisamente priva di un referente politico affidabile (pag.195)». E si trova forse in questo elemento la ragione della mancata trasformazione della democrazia italiana sulla falsariga, ad esempio, del modello bipolare anglosassone, a favore, invece, di uno scenario politico fortemente polarizzato anche a causa di linguaggi e modi totalmente antitetici e non riconducibili ad una completa democrazia dell’alternanza (anche se l’autore sottolinea giustamente come l’eterogeneità del movimento berlusconiano, costituito da post-fascisti, post democristiani, liberisti e statalisti, socialisti craxiani e leghisti indipendentisti e quindi assai incerto nella sua base programmatica, rese indispensabile un denominatore comune su cui compattare l’alleanza, e cioè la totale alterità rispetto a quella che genericamente e in maniera assai semplificatoria Berlusconi definisce “la sinistra”, e questo nonostante l’ex PCI fosse su posizioni più realiste di quanto si crede rispetto al suo progetto politico e che le critiche più decise al berlusconismo arrivassero da settori di matrice libertaria e postazionista, se non conservatrice come nel caso di Indro Montanelli).

Tutti elementi, questi, che secondo Sabbatucci rendono assai difficile l’avvio di un confronto civile basato sul rispetto reciproco, anche in considerazione del fatto che la demonizzazione dell’avversario diviene uno strumento identitario e un elemento di lotta politica dal forte significato mobilitante per buona parte della politica italiana della cosiddetta “seconda Repubblica”. Una circostanza, quest’ultima, che entra in contrasto con il fatto che su alcuni dei temi principali relativi alle questioni economiche e alle politiche sociali il dibattito fra centrodestra e centrosinistra, da diversi anni, tenda a concentrarsi, come nel resto dello scenario politico europeo, su temi molto concreti (fiscalità, mercato e sua regolamentazione, concorrenza e lotta ai monopoli) e pertanto assai lontani da uno scontro ridotto a mero confronto ideologico. 

12. Il volume appare, in conclusione, uno strumento assai prezioso per lo studioso interessato a riflettere sulla storia politica italiana in età repubblicana.

Significativi appaiono in tal senso i contributi presenti nel volume, specie quando permettono di analizzare, in maniera trasversale, l’importanza di concetti legittimanti quali antifascismo e anticomunismo, o ancora quando consentono di percepire gli effetti della mancata costituzione sia di un partito di destra sul modello conservatore sia di un grande partito di stampo socialdemocratico. Processi che sono all’origine dell’impossibilità di creare, proprio a partire dal ruolo giocato dai processi di delegittimazione, uno spirito civico e una memoria comune nazionale riconosciuta come tale da tutti gli attori politici. Aspirazione, quest’ultima, che per un paese come l’Italia, nato su deboli basi di statualità, ha portato alla crescita di una storia di contrapposizioni che durante gli anni della Repubblica è stata piuttosto rilevante per via di scontri, passioni ed interessi, derivanti anche da spinte internazionali, che hanno attraversato tutto il sistema politico. L’identità nazionale è uscita particolarmente danneggiata da questi processi, in quanto non è stata capace di entrare in pieno nel vissuto dei cittadini e di favorire lo sviluppo di una serie di logiche e obiettivi comuni, indipendenti dalla singola appartenenza partitica. Sotto questo punto di vista, ad esempio, l’introduzione di un sistema di tipo maggioritario nel 1993, che sulla carta doveva segnare il superamento del perpetuarsi di quella vocazione centrista che aveva caratterizzato i governi a guida democristiana, non è riuscito a stemperare o quantomeno a rendere simile ad altre esperienze europee la competizione politica italiana, anche se ha introdotto una logica bipolare nell’elettorato che appare oramai sedimentata.

Si può affermare, in conclusione, che la categoria del nemico, nelle sue varie declinazioni a seconda delle contingenze storiche, permette di cogliere alcuni degli elementi portanti che hanno reso, e rendono, il nostro sistema politico assai lontano dalla stabilità propria di buona parte dello scenario europeo. Tuttavia, anche su questo piano, non bisogna enfatizzare, anche in considerazione del fatto che le dinamiche esterne, prima della Guerra Fredda e ora dell’età della globalizzazione, o meglio ancora della postdemocrazia[8], hanno contribuito e contribuiscono ad influenzare in maniera significativa la storia politica del nostro Paese.

Note

[1] Cfr. Angelo Ventrone, Il Nemico Interno. Immagini, parole e simboli della lotta politica nell’Italia del Novecento, Donzelli, 2005. Nel volume, proprio utilizzando la categoria del nemico, sono ricostruite alcune delle pagine più significative delle vicende politiche italiane del secolo scorso, con il supporto di un prezioso materiale iconografico.

[2] Cfr. A. D’Orsi (a cura di), Guerre Globali. Capire i conflitti del XXI secoli, Carocci, 2006.

[3] Cfr. E. Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi, nuova edizione, Laterza, 2007

[4] Cfr. M. Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Mondadori, 2003.

[5] Cfr. E. Novelli, La turbopolitica. Sessant’anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia, Rizzoli, 2006.

[6] Un processo parallelo avviene anche con la discussione storiografica, che diviene spesso oggetto di semplificazioni giornalistiche e dei talk-show politici. In proposito vedi gli importanti contributi di S. Luzzato, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino, 2004; e di F. Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2005. S. Pivato, Vuoti di Memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, Roma-Bari, 2007.

[7] Vedi ad esempio G. Santomassimo, La notte della democrazia in Italia. Dal regime fascista al governo Berlusconi, Il Saggiatore, 2003.

[8] Cfr. C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, 2003.



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15504



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