Cromohs 2010 - Gabriele - Rec. Adriano Viarengo, Cavour, Roma, Salerno Editrice, 2010

Adriano Viarengo, Cavour, Roma, Salerno Editrice, 2010
[ISBN: 978-88-8402-682-8; € 28,00]

Nicola Gabriele
Università di Cagliari
N. Gabriele, «Review of A. Viarengo, Cavour, Roma, Salerno Editrice, 2010», Cromohs, 15 (2010): 1-9
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/15_2010/gabriele_viarengo.html >

1. Nella storiografia risorgimentale alla figura di Cavour è stata destinata una sorte ben diversa da quella di Vittorio Emanuele II, di Mazzini e di Garibaldi. Se le figure di questi ultimi, in particolare quella del Generale, si prestano con più facilità a rappresentazioni sintetiche ed efficaci come imposto dalla comunicazione mediatica, il personaggio e la politica di Cavour sembrano non provocare un analogo impatto emotivo. Anche l’aneddotica, di cui gli studi risorgimentali si sono nutriti per un lungo periodo, non contribuisce a renderlo seducente dal momento che di lui si conoscono e si ricordano quasi esclusivamente episodi imbarazzanti o negativi come la propensione al gioco d’azzardo, il gusto per gli affari, le acrobazie politiche che lo videro impegnato contemporaneamente in più partite, ma anche le sue crisi depressive e gli sbalzi d’umore, il cinismo e un’ambiguità ai limiti della falsità che mescolati tra loro hanno contribuito a imprimere nell’immaginario nazionale e nell’opinione pubblica una neanche troppo velata antipatia nei suoi confronti, certamente a porlo agli antipodi dell’eroe in camicia rossa. In occasione del primo centenario dell’Unità il tentativo di ricondurre a livelli più nobili ed elevati l’analisi storica su uno dei protagonisti della vicenda risorgimentale venne affidata da Federico Chabod al trentenne Rosario Romeo che ne trasse un’ampia biografia pubblicata tra il 1969 e il 1984 e che per lo storico siciliano divenne comprensibilmente il soggetto di una vita intera. Nella sua opera l’autore tentò di spiegare a quegli italiani «desiderosi di prendere coscienza di se stessi» che Cavour era stato il fondatore dello Stato nazionale, nonché uno dei più abili e preparati statisti del secolo. Il suo auspicio fu però disatteso sia perché la prima parte del suo lavoro uscì con grande ritardo rispetto all’appuntamento del primo centenario dell’Unità, sia perché durante gli anni Sessanta il dibattito sulle origini della nazione raggiunse toni particolarmente vivaci. In quella fase, condizionata dalle dinamiche sociali del boom economico, prevalse un inquadramento del Risorgimento come di un processo ancora in corso, del quale la Resistenza sarebbe stata un’ulteriore tappa. Secondo l’interpretazione socialista la missione di completare la «Rivoluzione» risorgimentale sarebbe spettata al movimento operaio, dopo il «tradimento» di una borghesia che aveva avviato, ma non portato a compimento, un processo. In quel clima è facile comprendere la fortuna dei saggi dello storico inglese Denis Mack Smith che sviluppavano le tesi di Gobetti e di Gramsci e dai quali Romeo si era voluto discostare definendoli «sciocchi libelli». Le critiche di Romeo all’interpretazione gramsciana, che sottolineavano l’assenza di condizioni che avrebbero permesso a metà Ottocento di avviare una rivoluzione agraria nella penisola, non fecero presa su un tessuto socio-culturale che guardava al Risorgimento come alla stagione politica dalla quale erano scaturiti buona parte dei problemi italiani, a cominciare dallo scompenso Nord-Sud. Malgrado nel corso di alcuni decenni abbia preso forma il progetto di pubblicare l’intera opera di Cavour (Epistolario, Discorsi Parlamentari, Diari, Tutti gli scritti[1]), pochi sono stati i tentativi da parte degli storici di confrontarsi con l’impopolarità del personaggio e con la spigolosità del tema. Meritano pertanto di essere menzionati quantomeno il lavoro dello storico inglese Harry Hearder, Cavour: un europeo piemontese, pubblicato in Inghilterra nel 1994 e tradotto in Italia da Laterza nel 2000 e l’omonimo volume di Luciano Cafagna, uscito per il Mulino nel 1999[2]. Mentre si attende l’uscita per Einaudi della biografia che al conte ha dedicato Gilles Pécout, docente di storia contemporanea all’École Normale Superieure di Parigi, a riprendere in considerazione la complessità dell’uomo politico piemontese interviene ora Adriano Viarengo, studioso del Risorgimento e condirettore della «Rivista Storica Italiana», adottando il genere della biografia che egli stesso definisce una «forma handicappata della storia» ancora alla ricerca di una propria dimensione (p. 15). Benché abbia suscitato anche qualche rara osservazione critica, l’imponente lavoro (564 pagine) merita attenzione soprattutto per il coraggio intellettuale di confrontarsi con una delle figure più complesse e discusse della storia nazionale.  Nel volume di Viarengo aneddotica e vita privata si mescolano ad una più elaborata analisi, offrendo un quadro interpretativo che a prima vista sembrerebbe non discostarsi in modo radicale dalla storiografia più comune. L’autore sceglie di evitare l’esaltazione e la denigrazione tentando di mettere in risalto la problematicità dell’azione politica del conte. Tuttavia egli non tenta di collocarsi a metà strada tra le interpretazioni di Romeo e di Mack Smith, ma individua quello che è forse oggi il vero snodo per tentare di dipanare la complessità del personaggio: il percorso formativo che lo conduce a «diventare italiano». Non è sufficiente quindi inquadrare il processo con il quale lo Stato sabaudo, tra il 1848 ed il 1861, ha dato origine a un più ampio stato nazionale: è necessario cogliere contestualmente le tappe che portarono Cavour a spendere la propria esistenza per raggiungere un obbiettivo, un ideale che nella sua mente prende progressivamente forma nel corso degli anni e che sembra aver già raggiunto un primo importante grado di maturazione negli anni Quaranta.

2. Cavour in realtà era nato francese poiché il Piemonte nel 1810 era département dell’impero napoleonico. Fin da bambino, pur circondato dall’asfittico clima della Restaurazione, ebbe l’opportunità di crescere in una famiglia prestigiosa, legata agli ambienti di corte e attivamente coinvolta negli affari di Stato. La sua condizione di secondogenito gli impone di prendere in mano la propria vita per trovare una dimensione e una collocazione sociale. Questa non può essere la carriera militare dalla quale si allontana presto dimostrando insofferenza e rendendosi anche protagonista di alcuni incidenti diplomatici che gli costano la rottura dei rapporti con Carlo Alberto (pp. 35-36). Maggiore fortuna e talento dimostrò invece negli affari che gli consentirono di ottenere l’emancipazione dal guscio familiare. I viaggi attraverso l’Europa (Ginevra, Parigi, Londra) contribuiscono in modo decisivo alla sua maturazione ispirando la svolta che lo avrebbe condotto ad un impegno politico attivo dal 1846-48. Quelle esperienze e gli approfondimenti culturali che nel frattempo lo vedevano concentrarsi su Tocqueville, Mill, Bentham, Constant e Guizot concorsero a formarne competenze e carattere. Il suo liberalismo tuttavia ha una matrice complessa e va formandosi progressivamente già durante gli anni giovanili che lo vedono crescere in un ambiente conservatore, ma cosmopolita. La madre e le zie erano ginevrine e protestanti, lo zio materno Jean-Jacques de Sellon, dopo essere stato ciambellano di Napoleone, era stato uno dei maggiori sostenitori dell’abolizione della pena di morte e fautore della pace perpetua. Alla maturazione del suo spirito liberale contribuì inevitabilmente anche il nazionalismo romantico di cui subì il fascino, come del resto tutta la sua generazione. A vent’anni, in una lettera all’amico William Brockedon, lamentava che «mentre tutta l’Europa marcia con passo fermo sulla via progressiva, l’infelice Italia è sempre curva sotto lo stesso regime d’oppressione civile e religiosa» (p. 43).

3. Viarengo sostiene che Cavour avesse in mente un’ipotesi di Italia unificata fin dal 1854; tesi corroborata da Giuseppe Galasso il quale, nella prefazione a un’antologia di scritti cavouriani curata dallo stesso Viarengo (Camillo Benso di Cavour. Autoritratto. Lettere, diari, scritti e discorsi, BUR, 2010, 757 pp.), sostiene che se non una vera e propria «idea italiana», quantomeno «un pensiero italiano» doveva essere presente nel futuro statista piemontese già prima del 1848[3]. Nel maggio 1846, in un commento all’opera di Ilarione Petitti di Rovereto sulle ferrovie italiane Cavour è esplicito: l’Italia  nutriva grandi speranze da uno sviluppo della rete ferroviaria, che avrebbe consentito non solo un incremento del traffico legato al turismo e alle attrazioni culturali, ma anche un potenziamento «del commercio di transito». Se le linee napoletane si fossero estese sino al più profondo Sud, l’Italia sarebbe stata «chiamata a nuovi ed alti destini commerciali»[4]. I maggiori effetti di queste trasformazioni sarebbero stati di carattere «morale», offrendo la possibilità di una reciproca conoscenza dei «diversi rami della famiglia italiana»[5]. Quegli scritti dimostrano che nella mente del trentaseienne Cavour l’Italia rappresentava un concetto vivo ed unitario, fatto salvo il differente scenario internazionale tra il triennio 1846-48 e la seconda metà degli anni Cinquanta, quando la questione nazionale divenne oggetto di interesse delle cancellerie europee. La tesi di Viarengo, condivisa da Galasso, è pertanto quella di un Cavour italiano fin dall’inizio e non di un Cavour piemontese convertitosi gradualmente alla causa italiana. Ma a quale Italia pensava Cavour? Per rispondere a questa domanda è necessario riconsiderare la duplice battaglia da lui combattuta, liberale in politica interna e per la libertà in campo internazionale, che consentì al nuovo Stato di nascere identificando l’idea dell’Unità della patria nella libertà del popolo. Il merito dell’inscindibile fusione dei due concetti va attribuito in buona parte all’opera di Cavour, come già Rosario Romeo aveva sottolineato nella sua opera monumentale. Sotto questa luce le biografie di Viarengo e dello storico siciliano, definite «simmetriche» da Lucio Villari[6],  possono costituire una «doppia bussola» per orientarsi in un contesto interpretativo che meriterebbe approfondimenti in molteplici direzioni. In quest’ottica è felice la considerazione di Luigi Mascilli Migliorini, il quale, sul Sole 24 ore del 16 maggio scorso, ricorda che «mentre si discute, non sempre con precisa cognizione, se sia stato più o meno un bene unificare la penisola, peraltro sotto lo scettro della monarchia piemontese, non bisogna dimenticare che fu attraverso quel processo che l’Italia intera respirò per la prima volta nella sua storia l’aria corroborante della libertà»[7]. Una libertà, sia ben chiaro, che riguardava una parte estremamente limitata della comunità nazionale, come precisa puntualmente Alberto Mario Banti[8], ma che consentì di porre le basi per le battaglie democratiche dei decenni successivi.

4. Cavour contribuì in modo decisivo a costruire uno Stato fondato su istituzioni rappresentative nelle quali egli credeva fermamente, come affermò sul «Risorgimento» il 10 marzo 1848, pochi giorni dopo la concessione dello Statuto albertino: la Carta introduceva «l’elemento elettivo largamente e potentemente in tutte le parti dell’edificio sociale: Consigli comunali e provinciali, Guardia nazionale, Camere legislative»; circoscriveva «il circolo d’azione del potere esecutivo in giusti e severi limiti»; soprattutto assicurava «l’indipendenza del potere giudiziario» insieme alla libertà di stampa e a quella individuale, consacrando «il sacrosanto principio dell’eguaglianza civile»[9]. Riconosciuto il merito di aver sancito quelli che considerava i fondamenti di un regime liberale, Cavour volle però individuare nello Statuto, fin dalla sua prima ora di vita, anche le eventuali potenzialità di sviluppo. La sua «irrevocabilità», infatti, non poteva essere interpretata come un «sistema di immobilità assoluta»: nessun legislatore avrebbe potuto «impegnare sé e la nazione a non mai portare il più leggero cambiamento ed operare il menomo miglioramento ad una legge politica». La svolta parlamentare scaturita dalla «crisi Calabiana» del 1855 dimostra quale potesse essere in cuor suo, già nel ’48, l’unica naturale evoluzione. Ad ispirarlo era il modello inglese, dove «l’onnipotenza parlamentare» si era affermata ampliando i poteri della Camera dei Comuni e arginando quelli del sovrano. Se Viarengo offre una scrupolosa ricostruzione di quella delicata fase politica, sceglie però in questo caso di non addentrarsi in riflessioni o sintesi interpretative che avrebbero forse consentito di cogliere la portata storica di quel braccio di ferro istituzionale tra primo ministro e sovrano. A differenza di Cafagna, che dipinge Cavour come una sorta di demiurgo, Viarengo cerca di farne emergere quella personalità equilibrata che gli permise di coniugare un sistema di governo monarchico costituzionale di ispirazione liberale, con la pragmatica esigenza di preservare il proprio potere. La diversa impostazione che caratterizza i due studiosi è evidente anche nel tentativo di concettualizzare il «connubio». Nell’alleanza tra una parte del blocco moderato piemontese e la sinistra Viarengo non vede l’origine né di approcci trasformisti (come già Cafagna) né tantomeno di un compromesso storico ante litteram, bensì l’atto di nascita un partito o forse meglio di un movimento di ispirazione liberale (p. 226), frutto della lezione appresa negli ambienti europei in cui il liberalismo aveva ormai raggiunto caratteri consolidati.

5. L’esperienza del «connubio» dimostra l’apertura di Cavour e la sua capacità di interagire con tutto il mondo politico, non solo con i grandi protagonisti come Vittorio Emanuele, Mazzini, Garibaldi, Napoleone III o Palmerston, ma anche con un tessuto sociale fatto di esuli, di giornalisti e pubblicisti, di uomini di corte piemontesi e liguri e più genericamente italiani e stranieri. Molto si è detto sui rapporti con il mondo democratico e in particolare con Mazzini, il quale più che un vero e proprio avversario politico del conte rappresentò un differente modello teorico di approccio alla questione italiana. Mentre Mazzini riteneva possibile l’eliminazione del dominio austriaco attraverso una grande sollevazione, frutto di una maturazione civile della popolazione  italiana, Cavour era consapevole che un risultato concreto si sarebbe potuto ottenere solo spostando il confronto sul piano internazionale, facendo confluire il tradizionale espansionismo sabaudo verso il Lombardo-Veneto nel più ampio movimento nazionale che si nutriva degli ideali di libertà e di indipendenza dallo straniero. Il suo merito, sottolinea Viarengo, fu proprio quello di intuire che l’obbiettivo di Napoleone III era lo stravolgimento dell’assetto geopolitico della carta europea ai danni dell’Austria, facendo leva sui movimenti di matrice nazionale frustrati dalle decisioni sancite a Vienna nel 1815. E il rapporto con Napoleone III gli fu essenziale per ottenere la maggioranza parlamentare che lo sostenne negli anni decisivi, nonostante l’ostilità del sovrano che lo avrebbe volentieri estromesso dall’incarico. Per ottenere il sostegno del movimento nazionale Cavour ebbe la felice intuizione di appropriarsi dell’idea di Lorenzo Valerio di «fare una rivoluzione con un Re»[10] (p. 118), procurandosi così le critiche di Mazzini, che riteneva inconcepibile coniugare patriottismo e fedeltà alla monarchia, ma riuscendo anche a liberare una nazione «dall’assolutismo monarchico senza cadere nel rischio di un dispotismo rivoluzionario» (p. 481).

6. Per far convergere l’iniziativa regia e quella popolare era tuttavia necessario «diplomatizzare la rivoluzione». Cavour sosteneva che alle grandi soluzioni non si potesse giungere con la penna: «la diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli. Essa non può che sancire i fatti compiuti e dare loro forma legale»[11].  Sedere al tavolo della diplomazia e giocare un ruolo attivo nei conflitti internazionali erano condizioni imprescindibili per poter parlare di «Italia» e sottoporre una «questione italiana» all’attenzione del concerto europeo. La sua abilità dialettica risiede proprio nell’aver saputo ribaltare la prospettiva facendo apparire l’anomalia italiana come l’esito di un’occupazione indebita da parte di una potenza straniera e dunque, paradossalmente, denunciando l’Austria per la violazione dei principi stabiliti a Vienna nel 1815. Con questa mossa Cavour pose le premesse perché la questione non potesse essere risolta con un semplice ritiro delle truppe austriache dai ducati e dall’Italia centrale, perché a nuocere al «miglioramento delle sorti d’Italia» era principalmente la sua presenza nel Lombardo-Veneto. Raffaele Romanelli ha individuato nell’opera di Cavour una «grande capacità mediatrice tra posizioni politiche e interessi diversi, posta al servizio di un disegno alto e lungimirante, che non era solo quello di unificare l’Italia, ma anche e soprattutto quello di introdurre un regime costituzionale capace di garantire il progresso della libertà»[12]. Lo statista non aveva grande dimestichezza con lo scacchiere mediterraneo, ma si trovava perfettamente a suo agio sull’asse Londra-Parigi e ciò gli consentì di affrontare il problema italiano in un’ottica internazionale, dando alla sua politica una forte proiezione europea; forse non si aspettava che il processo unitario potesse essere così rapido, ma certamente auspicava una unificazione dell’Italia settentrionale ce avrebbe creato i presupposti per estendere gradualmente il dominio del regno sabaudo a tutta la penisola.

7. L’improvvisa accelerazione presa dagli eventi dopo l’armistizio di Villafranca offre a Viarengo l’opportunità per documentare con stile e accuratezza la capacità con cui Cavour seppe giocare su più tavoli, sia in una prima fase, durante il semestre di assenza dal potere (agosto 1859-gennaio 1860), quando collaborò privatamente col ministero evitando di denunciare pubblicamente gli intrighi orditi contro di lui dal sovrano per non danneggiare la causa nazionale[13], sia in seguito, quando seppe gestire da Torino la spedizione dei Mille presentando l’occupazione delle Marche e dell’Umbria come un interevento necessario per arrestare la risalita di Garibaldi verso Roma. Anche se in veste ufficiale si trovò a doverla condannare, considerava l’impresa garibaldina non solo inevitabile, ma un importante strumento che, sapientemente gestito, avrebbe consentito di imprimere al processo unitario un’accelerazione fino a quel momento insperata. Il suo pensiero più autentico emerge chiaramente da una lettera a Ricasoli del 16 maggio 1860: «Garibaldi è sbarcato in Sicilia. È gran ventura che non abbia dato seguito al pensiero di attaccare il Papa. Che faccia guerra al re di Napoli non si può impedire. Sarà un bene, sarà un male, ma era inevitabile. Garibaldi trattenuto violentemente, sarebbe divenuto pericoloso nell’interno. […] Il secondarlo apertamente non si può, il comprimere gli sforzi individuali in suo favore nemmeno; abbiamo quindi deciso di non permettere che si facciano nuove spedizioni dai porti di Genova e di Livorno: ma non di impedire l’invio di armi e munizioni» (p. 430). Cavour riconosceva a Garibaldi di aver ridato agli italiani la fiducia in se stessi, ma allo stesso tempo lo considerava pericoloso e inadatto a un sistema liberale e parlamentare; sotto questa luce Viarengo considera il Generale, ben più di Mazzini, il vero avversario politico di Cavour, oltre al sovrano.

8. La centralità del Parlamento era una conquista troppo importante perché potesse essere messa in discussione da tendenze autoritarie di qualsivoglia natura. Cavour lo spiega con chiarezza in una lettera del 2 ottobre al liberale toscano Vincenzo Salvagnoli, che gli aveva suggerito di proclamare tempestivamente il Regno d’Italia e di dichiarare lo stato d’assedio:

«Una dichiarazione del Parlamento che tutta l’Italia appartiene al nostro Regno sarebbe superflua per l’opinione pubblica in Italia, ed equivarrebbe a una indiretta e perciò intempestiva dichiarazione di guerra all’Austria. Non meno funesta mi pare, a dirvelo francamente, la proposta di far accordare dal Parlamento al Re i pieni poteri sino al completo scioglimento di ogni questione italiana. […] Il miglior modo di dimostrare quanto il paese sia alieno dal dividere le teorie del Mazzini ed i rancori di Bertani e di Crispi, si è di lasciare al Parlamento liberissima facoltà di censura e di controllo. Il voto favorevole che sarà sancito dalla gran maggioranza dei deputati darà al Ministero un’autorità morale di gran lunga superiore ad ogni dittatura. Il vostro consiglio riescirebbe pertanto ad attuare il concetto di Garibaldi, che mira appunto ad ottenere una gran dittatura rivoluzionaria da esercitarsi in nome del Re, senza controllo di stampa libera, di guarentigie individuali né parlamentari. Io reputo invece che non sarà l’ultimo titolo di gloria per l’Italia d’aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà alla indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali d’un Cromwell […] Ora, non vi ha altro modo di raggiungere questo scopo che di attingere nel concorso del Parlamento la sola forza morale capace di vincere le sette e di conservarci le simpatie dell’Europa liberale. Ritornare ai comitati di salute pubblica, o, ciò che torna lo stesso, alle dittature rivoluzionarie d’uno o di più, sarebbe uccidere la libertà legale che vogliamo inseparabile compagna della indipendenza della nazione» (cit. in Viarengo, p. 481).

Un’analoga fiducia nel Parlamento Cavour la dimostra affidando all’oratoria dei suoi discorsi in aula, e non a pamphlet o giornali, il proprio pensiero sulla questione romana, la cui chiave di volta stava nella famosa formula «libera Chiesa in libero Stato», su cui si soffermò nel 1971 anche Pietro Scoppola nell’introduzione alla prima edizione dei Discorsi per Roma Capitale (ora opportunamente ripubblicati da Donzelli, 110 pp.). Laicamente Cavour aveva tentato di far comprendere a Pio IX che la Chiesa avrebbe potuto trarre motivo di rinascita religiosa con la fine del potere temporale e che quel passaggio non avrebbe rappresentato la «distruzione del cattolicismo» (p. 466).

9. Non desta scalpore che in tempi recenti una parte della classe dirigente, in particolare della Lega, abbia rivalutato strumentalmente la figura di Cavour attribuendogli maldestramente una presunta ispirazione federalista. La rivista Quaderni Padani ha recentemente dedicato un numero monografico (Maggio-Agosto 2010) all’ipotesi di avvelenamento di Cavour, rimettendo in discussione la sua morte e congetturando «un complotto ad alto livello politico» finalizzato a bloccare la legge sulle autonomie locali pianificata da Minghetti e poi ritirata. Viarengo definisce queste tesi «suggestioni prive di fondamento», ricordando che la crisi che provocò il decesso del conte fu dovuta esclusivamente all’aggravarsi delle febbri malariche di cui soffriva da tempo e non, come sostenuto nella rivista padana, «da due gravi patologie completamente diverse tra loro, pur se concatenate da un primario rapporto di causa-effetto»[14]. Inoltre, a scanso di equivoci, si può citare lo stesso Cavour che il 2 ottobre 1860 dichiarò: «Dopo tutto quello che d’impensato e d’insperato avvenne nella penisola, ognuno indovina che non siamo federalisti»[15]. Anche Romanelli precisa che Cavour era potenzialmente favorevole a forme di autogoverno delle autonomie locali ma vincolate ad un quadro nazionale unitario. Il progetto di Minghetti, tutt’altro che di stampo federale, non prevedeva «regioni», ma più semplicemente «dei consorzi  di province» retti da un governatore di nomina regia e non si arenò a causa della morte di Cavour, ma per ragioni chiaramente politiche che lo rendevano inapplicabile nel Mezzogiorno[16].

Con la sua biografia Viarengo dipinge non solo la figura del politico piemontese ma tutta una generazione che si rese protagonista della stagione risorgimentale mentre il nuovo stato nazionale si apprestava a iniziare la sua storia con un beneficiario reale, Vittorio Emanuele II, e un vincitore assente, Cavour.

Note

[1] La pubblicazione per Zanichelli dell’Epistolario, in 19 volumi e 31 tomi si è conclusa nel 2008; Tutti gli scritti di Camillo di Cavour, suddivisi in 4 volumi curati da Carlo Pischedda e Giuseppe Talamo hanno visto la luce tra il 1976 e il 1978; ben più lunga (dal 1932 al 1973) è stata la gestazione dell’edizione dei 15 volumi dei Discorsi parlamentari editi da La Nuova Italia e curati nel corso degli anni da Adolfo Omodeo, Luigi Russo e Armando Saitta; i due volumi contenenti i Diari di Cavour hanno visto la luce nel 1991 grazie ad un lungo lavoro condotto da Alfonso Bogge su incarico della Commissione Nazionale per la pubblicazione dei carteggi del Conte.

[2] Hearder si propone di ridare equilibrio alla figura di Cavour, mediando tra meriti reali e contingenze storiche con lo scopo di costruire giudizi di senso comune in puro stile britannico. Cafagna, invece, discostandosi sia dai pregiudizi di Mack Smith che dalla devozione risorgimentale di Romeo, ha avuto il merito di aggiungere allo stato degli studi alcune originali riflessioni, su tutte la straordinaria capacità del Conte di non farsi sopraffare dagli eventi e di manipolare contingenze e personaggi ribaltando un’iniziale condizione sfavorevole in un personale successo su più fronti, politico, economico ed istituzionale.

[3] G. Galasso, Il pensiero italiano di Cavour, prefazione a Camillo Benso di Cavour, Autoritratto. Lettere, diari, scritti e discorsi, a cura di A. Viarengo, BUR, Milano, 2010, pp. III-IV.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] L. Villari, Il modello Cavour e la buona politica, «La Repubblica», 15 maggio 2010, p. 46.

[7] L. Mascilli Migliorini, Il conte della libertà e degli ideali, «Il Sole 24 ore», 16 maggio 2010, p. 32.

[8] A.M. Banti, Dell’uso pubblico del Risorgimento e di un’antologia di documenti, in Nel nome dell’Italia. Il Risorgimento nelle testimonianze, nei documenti e nelle immagini, a cura di A.M. Banti, Laterza, Roma-Bari, 2010, pp. VI-VII.

[9] «Il Risorgimento», 10 marzo 1848.

[10] Accusa che Mazzini aveva mosso già agli inizi degli anni Quaranta a Valerio, quando questi tentò di dare vita a un movimento non cospirativo, alternativo alla Giovine Italia, che sostenesse un processo di riforme e una lotta per l’indipendenza dall’Austria sotto l’astro di Carlo Alberto.

[11] Camillo Benso di Cavour, Autoritratto, cit., p. 662.

[12] Cit. in A. Carioti, Cavour italiano prima dell’Unità, «Corriere della Sera», 12 agosto 2010, p. 37.

[13] A questo proposito, nella nutrita bibliografia che conclude il volume di Viarengo non è riportato l’interessante studio di Carlo Pischedda, L’attività politica di Cavour dopo Villafranca, Gheroni, Torino, 1950, 39 pp.

[14] E. Fracassetti, Dossier Cavour, La morte di un Primo Ministro, «Quaderni Padani», Maggio-Agosto 2010, p. 128. L’autore del Dossier ipotizza una letale simbiosi tra due malanni, l’avvelenamento e la recidiva malarica, cogliendo però una sostanziale differenza sintomatologica tra il primo malessere accusato da Cavour il 29 maggio (data dell’ipotetico avvelenamento) e quello definitivo attribuibile alla malaria, della notte del 31 maggio. Al volume va attribuito, ad ogni modo, il merito di aver riportato alla luce alcuni pamphlet e articoli giornalistici circolati anche molti anni dopo la morte del Primo Ministro i quali, più o meno polemicamente, si proponevano di offrire ipotesi mediche e politiche sulla sua prematura scomparsa.

[15] Seduta della Camera del 2 ottobre 1860. Vedi Camillo Benso di Cavour, Autoritratto, cit., pp. 702-710; C. Cavour, Discorsi parlamentari, XV, 1859-1861, a cura di A. Saitta, Firenze, La nuova Italia, 1973, pp. 365-376.

[16] Cit. in  A. Carioti, Cavour italiano prima dell’Unità, cit.

 

 



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-15471



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