Cromohs 2011 - Scroccu - Recensione di A. Del Boca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Vicenza, Neri Pozza, 2009 and A. Giannuli, L'abuso pubblico della storia. Come e perché il potere politico falsifica il passato, Parma, Ugo Guanda editore

A. Del Boca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Vicenza, Neri Pozza, 2009
[ISBN 978-88-545-0371-7; € 20,00]

A. Giannuli, L'abuso pubblico della storia. Come e perché il potere politico falsifica il passato, Parma, Ugo Guanda editore, 2009
[ISBN 978-88-6088-136-6; € 18,50]

Gianluca Scroccu
Università di Cagliari
G. Scroccu, «Review of A. Del Boca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Vicenza, Neri Pozza, 2009 and A. Giannuli, L'abuso pubblico della storia. Come e perché il potere politico falsifica il passato, Parma, Ugo Guanda editore, 2009»,
Cromohs
, 16 (2011): 1-10

1. I due volumi qui considerati - la ricca raccolta di studi curata da Angelo del Boca e la monografia di Aldo Giannuli - propongono entrambi accurate e stimolanti riflessioni sul ricorso strumentale alla storia, il cui uso pubblico troppo spesso in Italia è parso legato alla contingenza politica. La dimensione cronologica del volume curato da Del Boca abbraccia un arco temporale che dal Risorgimento arriva ai giorni nostri e su questa impostazione sono calibrati i dieci contributi di altrettanti autorevoli studiosi. Come scrive Mario Isnenghi nel primo saggio (I passati risorgono. Memorie irriconciliate dell’unificazione nazionale) ‘ai nostri giorni il Risorgimento, così come la Resistenza, appaiono in sofferenza - comunicano meno di prima e comunicano cose diverse - anche perché sta cambiando il vocabolario e hanno assunto diversa rilevanza o hanno cambiato di senso concetti e parole-chiave, come politico, riformista, moderato, comunista, anticomunista, totalitario. È un cataclisma politico, che si riferisce al presente e al futuro, ma vi adibisce anche il passato’ (pag. 41). Lo storico veneziano si sofferma in particolare su tutta la retorica antirisorgimentale espressasi nella produzione di romanzieri e giornalisti negli anni Cinquanta e Sessanta, quali Carlo Alianello o Indro Montanelli, ma non trascura le ultime polemiche ispirate dai revisionisti vicini alle posizioni cattolico-conservatrici o a tutto il filone neoborbonico (teso a dimostrare quanto il Meridione d’Italia abbia patito da un processo di unificazione deciso in maniera verticistica e vessatoria da casa Savoia e realizzato con soprusi di ogni tipo perpetrati anche da eroi come Garibaldi o Cavour).

2. Il tentativo di revanche storiografica, accortamente amplificato dalla stampa, la televisione e alcuni importanti esponenti politici, ritorna nel saggio di Lucia Ceci (La questione cattolica e i rapporti dell’Italia con il Vaticano) incentrato sul rapporto tra il cattolicesimo e la società italiana dall’Unità sino ai giorni nostri. Ceci, in particolare, analizza quelle opere tendenti a considerare il Risorgimento come una conquista di matrice anticattolica ispirata al giacobinismo rivoluzionario e ad imputare alla classe dirigente liberale l’intenzione di diffondere in Italia i principi della Riforma protestante. Argomentazioni che hanno trovato spazio e visibilità attraverso le pagine culturali di riviste e quotidiani, alcuni anche di grande rilevanza nazionale, tutte tese a dimostrare le falsificazioni dettate da una storiografia ufficiale in malafede o condizionata da agenti esterni (di natura culturale e politica). Ciò naturalmente è stato utile anche all’interno del cambiamento del sistema politico nazionale, in particolare in seguito all’ascesa al potere di un partito profondamente attraversato da pulsioni antirisorgimentali, nella sua polemica contro il Sud e lo stato centrale, come la Lega Nord.[1]

3. La propensione di giornali e giornalisti a divenire storici contro l'accademia ha portato ad una centralità delle pagine della cultura di alcuni quotidiani come agili veicoli di un vero e proprio processo di ripensamento storico. All’interno di questo contesto si è distinto, ad esempio, un particolare filone teso a rivalutare o quantomeno a rappresentare in maniera edulcorata pagine invece assai contraddittorie della storia italiana, come quelle legate al tema del colonialismo. Il tema è oggetto specifico dell’analisi di Nicola Labanca (Perché ritorna la “brava gente”. Revisioni recenti sulla storia dell’espansione coloniale italiana). Labanca mette in evidenza come troppo a lungo sia mancata una seria riflessione storiografica sull’imperialismo coloniale italiano. Se a ciò si aggiunge una certa tendenza della storiografia italiana - forse in via di superamento grazie all’ultima generazione di storici - ad utilizzare le fonti ufficiali coloniali rispetto a quelle locali, come invece è stato fatto in altre nazioni, si possono capire meglio quali siano le difficoltà nella ricerca scientifica su questo tema delicato e perché i media riescano a portare avanti una visione edulcorata e singolare del nostro passato coloniale.

4. Due contributi al volume si soffermano specificamente sul tema della discussione intorno al fascismo: quello di Nicola Tranfaglia (Il ventennio del fascismo) e quello di Mimmo Franzinelli sulla figura di Mussolini (Mussolini, revisionato e pronto per l’uso). Secondo Tranfaglia le revisioni sul fascismo e la figura di Mussolini sono state influenzate soprattutto da studi carenti sul piano documentale, aventi l’obiettivo di dare un’immagine edulcorata del regime. A suo giudizio grandi demeriti l’avrebbe anche la monumentale opera sul Duce di Renzo De Felice a cui egli contrappone quegli studiosi che hanno invece rappresentato il fenomeno fascista come ‘una dittatura moderna e feroce, fascismo primogenito in Europa ed esempio importante per Hitler e il nazionalsocialismo tedesco prima della conquista del potere, intimamente legato alla violenza e alla guerra, profondamente antidemocratico e contrario ai principi fondamentali del liberalismo e della democrazia’ (p. 109). Tranfaglia sottolinea come certa storiografia revisionista, per enfatizzare le proprie tesi, abbia sottovalutato la centralità della violenza quale pilastro fondamentale di supporto dell’azione politica dei fascisti dispiegatasi all’interno di quel clima di incertezza politico-sociale determinata dalla Grande Guerra e dalla conseguente crisi dello Stato liberale.  Franzinelli evidenzia efficacemente il revival del consenso attorno alla figura di Mussolini insistentemente rappresentato negli ultimi anni come un uomo sostanzialmente animato da buone intenzioni e sviato soltanto da alcune scelte infelici come l’alleanza con il nazismo e le leggi razziali. Questa ‘vulgata riabilitatrice’, suscitata da evidenti obiettivi politici, è ben esemplificata dall’affaire dei falsi diari del Duce su cui lo stesso Franzinelli ha pubblicato di recente un saggio molto puntuale, volto a ribadirne l’inattendibilità ma soprattutto a ricostruire la macchina mediatica che ha continuato a sponsorizzarli, trattando tutto alla stregua di una vicenda da rotocalco.[2] E questo, ribadisce l’autore, nonostante che le acquisizioni scientifiche di questi ultimi anni abbiano certamente permesso di studiare e comprendere l’evoluzione del fascismo come fenomeno storico dotato di una sua complessità e organicità totalitaria, sia a livello centrale che periferico.[3]

5. Giorgio Rochat (La guerra di Mussolini 1940–1943) si sofferma invece, come già in un suo importante lavoro pubblicato da Einaudi,[4] sulle guerre del Duce. Rochat osserva come la valutazione dell’impegno bellico del regime fascista sia troppo spesso inficiata  dalla retorica dell’italiano come soldato imbelle o buono. Occorre invece che si approfondiscano tutte le implicazioni sociali, culturali e politiche della partecipazione dell’Italia fascista al secondo conflitto mondiale e che non si ometta, come avvenuto in passato, di analizzarne anche le pagine più buie, comprese le atrocità compiute dal nostro esercito su ordine del regime. Analoghe riflessioni percorrono il saggio di Enzo Collotti (La Shoah e il negazionismo), che critica la scarsa attenzione da parte della storiografia nazionale al tema delle corresponsabilità italiane nella Shoah, in un quadro di autoassoluzione e rimozione, teso a nascondere pratiche compromissorie ed evidenti e gravi responsabilità. La rappresentazione di un’Italia vittima del sistema concentrazionario nazista campeggia del resto anche presso lo stesso memoriale dell’Olocausto a Washington, dove emerge l’immagine di un’Italia costretta a subire le deportazioni tedesche tanto che in questo museo perfino la figura di Primo Levi non è praticamente mai associata alle politiche razziali del fascismo che gli costarono la deportazione.

6. Sul tema controverso della funzione storica del Partito Comunista Italiano (PCI) nella ‘Prima Repubblica’, e della sua presunta egemonia culturale, si impernia il saggio di  Aldo Agosti (La nemesi del patto costituente. Il revisionismo e la delegittimazione del PCI), che analizza la produzione storiografica sul legame tra PCI e Unione Sovietica e sulla dibattuta sudditanza di Togliatti agli imperativi di Mosca. Un elemento certo presente nella storia dei comunisti italiani, e motivo di imbarazzo non mitigato dall’accesso tardivo ai fondi archivistici sulla storia del comunismo italiano (aperti solo nel 1988), ma che troppo spesso ha lasciato lo spazio della riflessione scientifica per divenire, dopo la svolta del 1992, un utile strumento di polemica politica, che non ha risparmiato i massimi esponenti del Partito d’Azione e del filone azionista, su tutti personalità come Bobbio, accusati di aver agito durante l’età repubblicana come forze collaterali dei comunisti. Certamente l’apertura degli archivi sovietici dopo il crollo del Muro ha consentito nuove acquisizioni sul piano interpretativo. Ad esempio i lavori di Aga Rossi e Zaslavsky[5] hanno contribuito in maniera significativa ad una lettura innovativa dei rapporti tra Urss e PCI anche se questo, come sottolinea Agosti, è andato a discapito dell’utilizzo di altre fonti, interne al partito stesso e necessarie a una visione d’insieme. La tendenza a sminuire o demolire la vicenda storica del PCI, per una sorta di rivincita contro una storiografia che certamente non aveva mancato di farsi frenare dalla vicinanza ideologica, ha determinato che si relegassero in ombra anche l’importante contributo del PCI alla stesura della Costituzione o l’apertura del periodo berlingueriano, che se non portò evidentemente al distacco da Mosca, certamente consentì al PCI, a differenza di altri partiti ‘fratelli’ dell’Europa occidentale, di avere consensi e simpatie da parte di elettori non comunisti. Senza dimenticare - e questo appare davvero come un punto centrale - che l’iconoclastia anticomunista non ha giovato all’indagine sull’anomalia della sinistra italiana né all’approfondimento delle ragioni per cui un partito comunista allineato sulle scelte di Mosca, anche se non sempre in maniera ortodossa, di fatto abbia operato nel governo locale come un soggetto del socialismo europeo.

7. Il saggio di Giovanni de Luna (Revisionismo e Resistenza) analizza invece le modalità attraverso cui sono stati criticati i concetti di Antifascismo e Resistenza nel dibattito culturale italiano di questi ultimi anni. De Luna sottolinea in particolare come ci sia stato un nesso evidente tra l’evolversi di una certa critica culturale e l’evoluzione della storia politica del Paese, soprattutto nel momento di frattura creatosi tra il 1989 e il 1992. Un processo alimentato da quello che viene definito un fenomeno di ‘mediatizzazione’ della storia, soprattutto attraverso il mezzo televisivo: benché non siano mancati esempi di ottima divulgazione, troppo spesso - osserva De Luna - l’obbiettivo è parso essere quello di semplificare per convincere e far approvare una tesi precostituita, piuttosto che fornire elementi utili alla riflessione libera del telespettatore.[6] Un uso della storia legato al contingente: la storia ridotta a oggetto di consumo o di senso comune per il grande pubblico, spesso senza nessun criterio scientifico E questo mentre la storiografia sulla Resistenza, anche grazie all’ausilio di altre discipline, è riuscita in questi ultimi anni a produrre opere significative e meno legate ad un taglio ideologico, grazie ai contributi della storia sociale, alla ricostruzione delle vicende dei militari internati o della ‘resistenza civile’ delle donne. Alcune delle intuizioni di De Luna ritornano nel saggio di Angelo D’Orsi (Dal revisionismo al rovescismo. La Resistenza e la Costituzione sotto attacco). D’Orsi si concentra sul tema del revisionismo, in particolare nelle opere di Giampaolo Pansa, che egli critica per la loro tendenza a cercare il nascosto nelle pieghe della storia, quasi sempre con lo scopo, generalmente riuscito, di ingenerare polemiche mediatiche (spesso inconsistenti sul piano scientifico) volte a contrastare ‘l’egemonia’ comunista o azionista in campo storiografico. La ricerca del sensazionale, con un’ostentazione del macabro o dell’erotico, ovvero di elementi che possano facilmente catturare l’attenzione del lettore-consumatore, senza pesanti e noiosi apparati critici e bibliografici, sarebbe la cifra concreta dei best-seller di Pansa, che non a caso troneggiano anche sugli scaffali dei supermercati. E’ significativo che da queste opere, a metà tra romanzo e narrazione storica, siano state tratte delle fiction televisive. È quello che D’Orsi chiama, in maniera icastica, ‘rovescismo’, ovvero la volontà di rovesciare tutte le riflessioni storiografiche pregresse e di presentarle come grandi bugie. E questo nonostante che esista ‘una differenza essenziale tra la revisione, momento irrinunciabile del lavoro del ricercatore storico, e il revisionismo, … l’ideologia e la pratica della revisione programmata’ (p. 349).

8. Il volume di Aldo Giannuli muove dalla considerazione che parole quali revisionismo, negazionismo e uso pubblico della storia hanno caratterizzato la discussione storiografica nazionale ed internazionale negli ultimi tre decenni. Un elemento negativo, soprattutto in relazione al caso italiano, sarebbe nato dalla trattazione di queste tematiche all’interno dei circuiti mediatici. Il rapporto oramai ineludibile tra ricerca e nuovi mezzi di comunicazione ha finito per creare sovrapposizioni tra i due ambiti, quello scientifico e mediatico, a sfavore di una riflessione seria. Giannuli non ritiene però che la discussione sul revisionismo debba essere liquidata secondo categorie ideologiche o di denigrazione di tesi non ritenute all’altezza. Egli critica infatti anche quello che definisce ‘l’antirevisionismo intransigente’, che in Italia ha spesso reagito ‘con una orgogliosa rivendicazione del canone consolidato che è spesso apparsa come un riflesso condizionato, un atteggiamento dogmatico poco convincente’ (pag. 16). Una situazione che ha finito proprio per avvantaggiare quei revisionismi meno solidi sul piano scientifico ma più abili nello sfruttare gli spazi dei media. Opportunamente l’autore osserva che il nesso tra storia e politica si è rivelato forte anche in epoche passate: ‘Che il potere politico cerchi di usare la storia ai propri fini (creare consenso interno, definire identità e soglie di inclusione e di esclusione, giustificare le proprie pretese sul piano internazionale, delegittimare avversari interni o esterni ecc.) è moneta corrente in ogni epoca e Paese’ (pag. 19). Tuttavia la questione si colloca su una prospettiva che va oltre le mere contingenze politico-partitiche, lambendo la linea che delimita i confini e la qualità delle democrazie contemporanee. In pagine molto significative Giannuli evidenzia come la globalizzazione, l’avvento di nuove tecnologie, l’affermazione di nuove potenze,[7] il ruolo sempre più invasivo e destabilizzante dell’economia finanziaria e le grandi questioni legate alla salvaguardia della Terra e alla tutela dell’ambiente stiano condizionando pesantemente anche il modo di fare storia e dilatando enormemente gli ambiti della ricerca. Abitiamo un mondo integrato ed interdipendente ma che, secondo l’autore, sembra di fatto governato dalle logiche dell’instabilità e del caos. La crisi economica - e qui Giannuli riprende le osservazioni di Massimo Luigi Salvadori[8] - avrebbe determinato a un tempo una sostanziale disillusione verso l’idea di progresso ed il successo della geopolitica, da cui la storiografia non può più prescindere.

9. Particolare rilevanza acquista la discussione, che si irradia in molte pagine del volume di Giannuli, sulla definizione di ‘impero’. Dopo il 1989, e soprattutto negli Stati Uniti, sono emerse articolate riflessioni su questo tema - da quelle di Fukuyama sulla fine della storia a quelle di Huntington sullo scontro di civiltà - rivelatesi influenti più sul piano politico che su quello storiografico. Giannuli sottolinea come l’ascesa di nuove potenze come la Cina sembri piuttosto aver delineato un nuovo scenario mondiale che molto assomiglia a modelli più antichi: non un solo impero ma ‘un sistema di imperi nazionali in precario equilibrio reciproco’ (p. 188) e dunque una rinnovata affermazione dello stato-nazione a dispetto di quanti ne avevano preannunciato la scomparsa subito dopo la caduta del Muro di Berlino. Contestualmente sono aumentati i condizionamenti politici sul lavoro degli storici. Emblematico appare il caso di Vladimir Putin, che ha promosso una storiografia nazionale e patriottica non esente da una rivalutazione del periodo zarista e soprattutto del ruolo centrale della Chiesa ortodossa. In questa inclinazione a enfatizzare il ruolo della ‘Grande Russia’, ci si è spinti sino a rivalutare anche la figura di Stalin, figura chiave per un potere politico che non esita a governare con venature autoritarie. Per quanto riguarda l’Italia, l’autore presenta un’analisi particolarmente interessante del populismo storiografico della Lega Nord (e del suo quotidiano La Padania) volto anzitutto all’esaltazione della propria comunità immaginaria (la ‘nazione padana’) e all’attacco al Risorgimento. Diverse pagine sono poi dedicate alle ricorrenti polemiche contro i più diffusi manuali di storia ritenuti vicini alla storiografia marxista. Su questa tematica assai spinosa Giannuli sottolinea come, benché in certi testi non manchino trattazioni faziose, sarebbe tuttavia auspicabile non un intervento diretto della politica e delle ventilate commissioni d’inchiesta parlamentari ma un confronto più aperto e sereno sul piano scientifico e didattico.

10. La lettura dei due volumi dimostra come la riflessione storiografica oggi più che mai necessiti di un rinnovamento e di una capacità di discussione tanto scientificamente fondata quanto aperta e come sia urgente rimediare alla distonia che si è prodotta in Italia tra ricerche corroborate da documentazioni ampie e non omissive e quanto invece, con gravi lacune sul piano metodologico, viene diffuso a livello mediatico e imposto al senso comune. La ‘fame di storia’ presente in Italia, testimoniata anche dall’alta affluenza di pubblico ai sempre più numerosi ‘festival di storia’, sembra richiedere un salto di qualità che possa portare a una buona divulgazione, finalmente scevra da condizionamenti politici.

Note

[1] Si vedano anche R. Biorcio, La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo (Roma-Bari: Laterza 2010); R. Guolo, Chi impugna la croce. Lega e chiesa (Roma-Bari: Laterza 2011); L. De Matteo, L’ idiota in politica. Antropologia della Lega Nord (Milano: Feltrinelli 2011).

[2] M. Franzinelli, Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia (Torino: Bollati Boringhieri, 2011).

[3] Cfr. E. Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi (Roma-Bari: Laterza 2001); Id., La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista (Roma: Carocci 2008); Id., Fascismo. Storia e interpretazione (Roma-Bari: Laterza 2008); T. Baris, Il fascismo in provincia. Politica e realtà a Frosinone (1919-1940) (Roma-Bari: Laterza 2007); M. Mazzoni, Livorno all’ombra del fascio (Firenze: Olschki 2009).

[4] G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’Impero d’Etiopia alla disfatta (Torino: Einaudi 2005).

[5] E. Aga-Rossi, V. Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Bologna: Il Mulino, nuova edizione riveduta e corretta 2007).

[6] Cfr. G. De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa (Milano: Feltrinelli 2011); S. Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana (Roma-Bari: Laterza 2007).

[7] Sul ruolo crescente del BRIC (dalle iniziali dei quattro Paesi emergenti nello scenario politico ed economico mondiale) si veda A. Goldstein, Bric. Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’economia globale (Bologna: Il Mulino 2011).

[8] M. L. Salvadori, L’Idea di progresso, Possiamo farne a meno? (Roma: Donzelli, Roma 2006); Id., Democrazie senza democrazia (Roma-Bari: Laterza 2009).



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Cromohs-13679



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