Tra il 1983 e il 1991 ho avuto occasione di collaborare a una ricerca di lessicologia promossa e diretta da P

Copie che sono solo la mia

Luigi Trucillo

Stravagante per genere e stile, il testo di Gino Trucillo è perfettamente complementare e profondamente in sintonia con tutti gli altri saggi qui raccolti; analoghi, infatti, sono i temi e i problemi, i vocabolari e gli strumenti, perfino i risultati e gli esiti. Grazie a una riflessione esplicita sulla propria poetica e sulla poesia in generale, Trucillo illumina altre sfaccettature della relazione tra imitazione e mimetismo. L’identità del poeta, la sua originalità come autore e l’autenticità della sua opera, non sono mai certe e conclusive ma sempre da riconquistare, riconoscere e ridefinire nel loro statuto ontologico e sociale, fattuale ed esistenziale: persona, autore e opera, si riposizionano continuamente, tra plagio, falso e copia, tra ripetizione, appropriazione e trasgressione. Il lettore coglierà parafrasi di modelli precedenti ed esempi magistrali: la diagnosi epocale di Rimbaud, Je est un autre, eletta a titolo di questo numero di «Aisthesis»; l’angoscia dell’influenza; il motivo del doppio; l’economia del dono; troverà rimandi a dispositivi tecnologici visivi e acustici (la fotografia analogica, il fonografo) esemplari di una mimesis assoluta, giacché in grado di restituire tale e quale ciò che hanno registrato. Noterà infine che una celeberrima reliquia della poesia italiana del primo dopoguerra, l’immacolato e desolato osso di seppia di Montale, è ora mostruosamente alterata nel nerissimo corpo allegorico di un insetto effimero e votato alla pura perdita come la falena. In questo passaggio dal cefalopodo al lepidottoro etorocero, fuso con un’elettrica fonte di vita fino alla morte, si coglie un'altra nozione di poiesis, cara a Trucillo, autore di una raccolta di versi consacrata a Darwin (Premio Napoli nel 2009) e alle lunghissime durate della catastrofica e impercettibile evoluzione dei viventi: una sola logica accomuna la creazione artistica con quella naturale e confonde la vita d’artista (e dell’opera) con quella di altri individui biologici.

La poesia che qui pubblichiamo si chiude con una felice trovata, in cui un termine latino della clinica medica e psichiatrica transita in un’espressione del parlato dialettale napoletano e incontra un aggettivo del linguaggio scientifico contemporaneo, oggi sulla bocca di tutti e assai rilevante nel dialogo tra scienze cognitive, psicologia, biologia, sociologia ed estetica. Ne viene fuori un incisivo e ironico «raptus / di uno scippo empatico», in cui riecheggia un libro fondamentale sull’imitazione e l’arte, il De Pictura di Leon Battista Alberti (II, 41-42). Se là s’insisteva sulla naturale e «rapace» partecipazione emotiva e corporea con le immagini, simili a noi e che pur ci strappano e rubano a noi stessi, Trucillo a suo modo ribadisce quanto sia insicuro il limite tra identità e alterità e quanto arrischiata la differenza tra chi imita e ciò che è imitato.

F.F

Col tempo

creare è un dove

rubato al quando

con un riciclaggio dell’istinto.

Anche nell’arte

essere riconosciuti

allude in qualche modo

a una fedina penale:

vivere è un’aggressione

in cui occupiamo uno spazio

che gli altri non possono occupare,

e se l’altro è il se stesso

auto espropriato

diventa giusto plagiare.

In fondo,

accanto a una foto che abbiamo già scattato

o a una poesia già scritta

lo stile acquisito

è una tentazione alla maniera

dove il magnetofono mentale

registra un dono ormai usurpato,

un osso di falena

che annebbia di chi sia la precedenza.

E il successo e il sollievo

di un gesto già compiuto

nelle simulazioni furtive del ricordo

brucia le scintille interne

per il cattivo esempio

di un sosia clandestino

in preda al raptus

di uno scippo empatico.

[settembre-ottobre 2016]



DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Aisthesis-19422



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